Matteo Renzi
Matteo Renzi
Pubblichiamo in anteprima un brano del nuovo libro di Matteo Renzi, ’Controcorrente’, in uscita martedì 13 luglio, pubblicato da Piemme. Nello stralcio l’ex premier riflette sull’importanza della cultura nei momenti di crisi (non risparmiando frecciatine a Conte). __________ Ero presidente del Consiglio dei ministri della Repubblica italiana, dopo aver fatto il sindaco di una città chiamata Firenze. Come tutti i miei colleghi alla guida dei Governi nazionali rimasi senza parole nella notte tra il 13 e il 14 novembre 2015, quando un commando di giovani estremisti radicali islamici uccisero centinaia di persone a Parigi a cominciare dal teatro Bataclan dove si stava tenendo un concerto. La settimana...

Pubblichiamo in anteprima un brano del nuovo libro di Matteo Renzi, ’Controcorrente’, in uscita martedì 13 luglio, pubblicato da Piemme. Nello stralcio l’ex premier riflette sull’importanza della cultura nei momenti di crisi (non risparmiando frecciatine a Conte).

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Ero presidente del Consiglio dei ministri della Repubblica italiana, dopo aver fatto il sindaco di una città chiamata Firenze. Come tutti i miei colleghi alla guida dei Governi nazionali rimasi senza parole nella notte tra il 13 e il 14 novembre 2015, quando un commando di giovani estremisti radicali islamici uccisero centinaia di persone a Parigi a cominciare dal teatro Bataclan dove si stava tenendo un concerto.

La settimana successiva, in due interventi diversi dedicati uno all’idea di Europa nella sala Giulio Cesare del Campidoglio, dove nacque il 25 marzo 1957 la Cee, e uno alla Sorbona commemorando Valeria Solesin, la giovane ricercatrice italiana morta al Bataclan, lanciai una proposta che apparve a molti strampalata. Dissi che quella tragica vicenda avrebbe cambiato il nostro stile di vita, certo. Anche perché questo era l’obiettivo di chi si chiama terrorista: farci vivere nel terrore. Ma dissi che noi abbiamo una responsabilità. La responsabilità di ricordarci che accanto agli investimenti in sicurezza, ordine, polizia sarebbero serviti anche investimenti in cultura, educazione e innovazione. Presi spunto allora dal racconto della Porta del Paradiso, il capolavoro del Ghiberti che oggi è visibile nel bellissimo e rinnovato Museo dell’Opera del Duomo di Firenze: la porta del Battistero che Dante chiamava il Bel San Giovanni che si vede in piazza del Duomo ne è una copia, non l’originale. Ma quella porta ha una storia speciale. Il valore dell’investimento per realizzare quel magnifico capolavoro era pari al costo della difesa di Firenze nel bilancio di un anno. In altri termini, i fiorentini di allora spendevano per la bellezza, la cultura, la spiritualità lo stesso budget che dedicavano alla guerra.

Rispondere a un attentato allora non significava soltanto aumentare gli investimenti sulla cyber security o sulla presenza dell’esercito nelle strade e nelle stazioni, entrambe opere meritorie in momenti di crisi e di difficoltà. Ma anche – questo il punto – investire sulla nostra identità culturale.

Durante l’anno di lockdown, il momento in cui ho avvertito con più nettezza una siderale distanza da Giuseppe Conte non è stato il momento della crisi di Governo. Ovviamente in quel passaggio le divergenze erano marcate e chiare, non solo a livello strategico, ma anche tattico. Però, tutto sommato, questo era previsto, faceva parte delle regole del gioco. Ciò che invece mi sconvolse profondamente fu una delle tante conferenza stampa dell’ex premier, quella del 14 maggio 2020 quando Conte spiegò che avrebbe dedicato un fondo da cinquanta milioni alla cultura perché non possiamo dimenticarci degli artisti che ci fanno tanto divertire.

Questa visione della cultura come passatempo gioioso in cui ci si diverte non avendo niente da fare è la più grande ferita che si può fare all’anima di una comunità. E ho molto apprezzato che l’artista JR chiamato nella mia Firenze dalla Fondazione Palazzo Strozzi abbia installato una finta crepa nel palazzo chiamando l’opera La ferita, proprio per dimostrare come il lockdown sia stato uno sfregio non già alla nostra volontà di divertirci, ma alla nostra identità di donne e uomini. Senza cultura, senza teatri, senza cinema, senza musei non è che ci divertiamo meno: perdiamo direttamente noi stessi.