I presidenti della Regione Lombardia Roberto Maroni e della Regione Veneto Luca Zaia (Ansa
I presidenti della Regione Lombardia Roberto Maroni e della Regione Veneto Luca Zaia (Ansa

Mialno, 22 ottobre 2017 - La Lombardia ci riprova. Il primo a chiedere una maggiore autonomia della Regione fu Roberto Formigoni ma nell’aprile del 2007 l’allora governatore si vide bocciare il dossier autonomista dal governo di Silvio Berlusconi, nel quale Roberto Maroni sedeva da ministro. Oggi è proprio Maroni, successore di Formigoni, a riprovarci. In tutt’altra maniera: urne aperte dalle 7 alle 23, oltre 7,8 milioni gli aventi diritto al voto. Un referendum consultivo senza quorum, ma il governatore leghista ha fissato la propria soglia di soddisfazione: «Voglio superare il 34% dell’affluenza». Il riferimento è alla percentuale di votanti registrata per il referendum costituzionale del 2001.

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«La verità è che sotto il 50% sarà un flop», gli hanno replicato a più riprese dal Pd. Niente carta né matita: si vota sui 24mila tablet disponibili negli 8mila seggi. Quello referendario è un quesito aperto e dalle diverse potenzialità per i promotori, del tutto vuoto per chi lo avversa. Il dato di fatto è che il quesito non specifica alcuna materia sulla quale la Lombardia chiede autonomia. Più semplicemente la Regione chiede ai lombardi un mandato per aprire una trattativa col governo sulla base dell’articolo 116 della Costituzione, quello che contiene tutte le materie esigibili. Nel quesito è richiamato il rispetto dell’unità nazionale. Premesso questo, Maroni ha spinto un tema su tutti: la vittoria del sì per trattenere in Lombardia 27 miliardi di euro, 27 miliardi di imposte, la metà del residuo fiscale che altro non è che la differenza tra quanto la Lombardia versa allo Stato e quanto lo Stato le restituisce. Maroni ha già convocato per martedì una seduta del Consiglio regionale mirata a definire insieme ai partiti le richieste da sottoporre a Roma. Si è dato tempo una settimana per approvare tale piattaforma e aprire, subito dopo, una trattativa col governo da chiudere entro febbraio. Scenario complicato visto come la pensano a Roma: «I referendum? Se se ne fa qualcuno in meno, mi sento più rilassato – ha detto ieri Matteo Renzi, segretario del Pd –. Qualcuno spieghi a Salvini che non si può uscire dall’euro». «Chi vuole il federalismo vero avrebbe potuto lavorare senza spendere 50 milioni di euro, come accaduto in Lombardia. Avrebbe potuto arrivarci prima e spendere meno» attacca, sempre dal Pd, Maurizio Martina, ministro per le Politiche Agricole. Ma il presidente della Regione ha fatto sapere di voler andare a Roma con una squadra bipartisan, di voler portare con sé proprio i sindaci del Pd schierati per il sì. Fredda la risposta dei due indiziati: Giorgio Gori, primo cittadino di Bergamo e sfidante di Maroni alle Regionali, ha fatto sapere di starci solo se si rinuncia «alla balla dei 27 miliardi di euro», Giuseppe Sala (Milano) prima vuol vedere l’affluenza. Salvini ha invitato Martina «ad occuparsi di stalle» Ieri vigilia di voto tra i disservizi. I presidenti sono stati invitati a presentarsi ai seggi per essere istruiti sull’uso dei tablet. Diversi i casi di malfunzionamento.