Pasquale Tridico (presidente Inps) e Luigi Di Maio
Pasquale Tridico (presidente Inps) e Luigi Di Maio

Roma, 11 settembre 2019 - Quota 101, oppure mantenimento di quota 100 ma solo per un anno e non per i due previsti. O, ancora, cancellazione fin dal prossimo anno del meccanismo di uscita anticipata con 62 anni di età e 38 di contributi. È attorno a queste ipotesi che – tra smentite e conferme – si stanno già confrontando i ministri e i tecnici del Lavoro e dell’Economia del nuovo governo. Tutte soluzioni che, da un lato, possono spingere coloro che hanno maturato i requisiti quest’anno a correre a presentare la domanda prima della chiusura dell’operazione e che, dall’altro, rischiano di penalizzare i lavoratori nati nel 1958 o nel 1959 che avevano programmato di lasciare il lavoro nel 2020 e nel 2021.

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Certo è che proprio ieri, non a caso, un report della Ragioneria generale dello Stato ha messo nero su bianco gli effetti e i rischi di Quota 100. L’anticipo, secondo la tecnostruttura del Mef, potrebbe costare circa 63 miliardi di euro nei prossimi 18 anni: "Il complesso delle misure del decreto 4/2019 produce nel periodo 2019-2036 ulteriori maggiori oneri pari in media a 0,2 punti di Pil l’anno". Lo scostamento rispetto al livello di spesa precedente è di 0,5 punti di Pil nel periodo 2019-21 (circa 8,8 miliardi l’anno). Il rilievo ‘politico’ delle osservazioni è netto. Con Quota 100 e col raffreddamento degli aumenti legati all’aspettativa di vita si è avuta una significativa inversione di tendenza rispetto agli anni precedenti. "Nel triennio 2016-2018, in presenza di un andamento di crescita più favorevole e della prosecuzione del processo di innalzamento dei requisiti minimi per il pensionamento – spiegano dalla Ragioneria – il rapporto fra spesa pensionistica e Pil decresce fino a convergere al 15,3%. Nel triennio successivo, le norme su Quota 100 e sullo stop agli incrementi dell’aspettativa di vita per l’anzianità hanno invertito la tendenza, crescendo fino ad un massimo del 15,9%", eguagliando il picco raggiunto nel 2013. L’avviso della Ragioneria è destinato a pesare non poco nel cantiere aperto per la preparazione della manovra. Né bastano a contenere l’allarme i moniti di Matteo Salvini a non ripristinare la riforma Fornero o le rassicurazioni arrivate dal neoministro del Lavoro, Nunzia Catalfo, o gli ultimi numeri sulle domande di Quota 100. Perché se è vero che il bilancio di Quota 100 a inizio settembre è di 176mila domande (contro le 290mila stimate per il 2019), è altrettanto vero che le indiscrezioni sul possibile stop potrebbero spingere i lavoratori meno convinti a approfittare dell’ultima possibilità dell’anticipo.

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La sorte di Quota 100, insomma, è in bilico. E a farne le spese potrebbero essere i nati nel 1958 (se l’uscita viene bloccata dal 2020) o nel 1959 (se lo stop è dal 2021): in entrambi i casi il pensionamento verrebbe rinviato di 5 anni. Sul tavolo è, però, anche il passaggio da Quota 100 a quota 101 o 102, con l’incremento dei contributi da 38 a 39 anni. Mentre l’ex ministro Pd, Cesare Damiano, prospetta un aumento dell’età di accesso da 62 a 63 anni. Soluzioni che permetterebbero una neutralizzazione più soft di Quota 100.