Quasi un miracolo di equilibrio. Gli appetiti erano così tanti, che il risultato non era affatto scontato. E non si trattava, come al solito, di bilanciare la voracità dei partiti: bisognava anche evitare sbilanciamenti eccessivi tra componente tecnica e politica, continuità e discontinuità, rappresentanza della ex maggioranza e quella della ex opposizione, uomini e donne. Ad occhi esperti, il governo costruito da Draghi appare un piccolo capolavoro di simmetrie. Ventitré ministri, la maggior parte politici (15), però il premier non solo mette tecnici (8) nelle caselle chiave (dall’Economia alla Transizione ecologica), ma tiene salda in mano la gestione del Recovery. Senza dimenticare che sarà lui a tenere i rapporti con l’Europa: sparisce il ministero che nell’esecutivo precedente era guidato da...

Quasi un miracolo di equilibrio. Gli appetiti erano così tanti, che il risultato non era affatto scontato. E non si trattava, come al solito, di bilanciare la voracità dei partiti: bisognava anche evitare sbilanciamenti eccessivi tra componente tecnica e politica, continuità e discontinuità, rappresentanza della ex maggioranza e quella della ex opposizione, uomini e donne. Ad occhi esperti, il governo costruito da Draghi appare un piccolo capolavoro di simmetrie. Ventitré ministri, la maggior parte politici (15), però il premier non solo mette tecnici (8) nelle caselle chiave (dall’Economia alla Transizione ecologica), ma tiene salda in mano la gestione del Recovery. Senza dimenticare che sarà lui a tenere i rapporti con l’Europa: sparisce il ministero che nell’esecutivo precedente era guidato da Amendola. Forse ci sarà un sottosegretario, ma il segnale pare inequivocabile. L’ultima parola con Bruxelles spetta a lui. Oggi a mezzogiorno il giuramento che si farà nella sala dei Corazzieri, senza pubblico. Quindi la fiducia mercoledì al Senato, poi alla Camera.

L’ex presidente della Bce ha mischiato, come il più tradizionale tra i politici, manuale Cencelli e astuzie nell’assegnare a ciascun partito postazioni tali da non destare troppi risentimenti anche se la bocciatura dei sovranisti a favore degli esponenti più moderati, lascia l’amaro in bocca a destra. Dove si segnalano anche malumori tanto nella Lega quanto dentro Forza Italia. Il premier ha fatto praticamente tutto da solo, Sergio Mattarella ha chiesto solo due conferme in nome della continuità: Interni e Difesa. In realtà, di ministri del Conte bis ce ne sono ben nove, sette dei quali nelle stesse postazioni. Ma è stata una scelta del premier guidata da due stelle polari: avere le redini del Recovery e comporre una squadra che permettesse a tutti i partiti di uscirne soddisfatti.

I cinquestelle, forza di maggioranza relativa in Parlamento, sono gli unici a occupare quattro ministeri, due dei quali pesanti: gli Esteri Di Maio e l’Agricoltura nella quale si sposta Patuanelli. Franceschini, Orlando e Guerini garantiscono alle tre correnti del Pd di avere un ministro. I dicasteri della Lega rappresentavano forse la scelta più delicata visti i mal di pancia dei giallorossi: la soluzione privilegia i moderati. Un dicastero importante ma privato del comparto energia a Giorgetti; un altro, di solito considerato minore e che sarà invece centralissimo ora tanto da conquistare il portafogli, per Garavaglia: il Turismo.

Infine una presenza certamente scomoda per la ex maggioranza: Erika Stefani. In un ministero, quello delle disabilità, tale da stemperare l’irritazione e, allo stesso tempo, da soddisfare Salvini che lo voleva. Forte la delegazione azzurra, anche se i dicasteri senza portafoglio e l’estrazione dei ministri (tutti deputati) crea malumori dentro Forza Italia: Carfagna al Sud, Gelmini agli Affari Regionali e Brunetta alla Pubblica amministrazione. Per Iv torna alla famiglia Elena Bonetti e alla Salute viene confermato Speranza per Leu, che ha sciolto infine la riserva e deciso di entrare in maggioranza. A insistere per il sottosegretario unico alla presidenza, Garofoli, sarebbe stato Grillo, forse per espiare l’infondata campagna con cui i 5stelle lo costrinsero nel dicembre del 2018 a dimettersi da capo di gabinetto del Mef.

Chi sono i ministri del governo Dragh: nomi e volti

Nel rituale colloquio di ieri al Quirinale, prima dello scioglimento della riserva, di nomi non si è praticamente parlato: l’accordo tra l’inquilino di Palazzo Chigi e quello del Colle era pieno, sul tavolo c’era già il tragitto futuro. Perché l’operatività immediata per Draghi è la priorità, Nei prossimi giorni è quasi certo che rimetterà mano alle squadre che si sono occupate dei fronti più nevralgici, la pandemia e i ristori. Insomma Draghi è riuscito a raggiungere quasi tutti i suoi obiettivi. Quasi però. Mirava infatti alla parità tra la rappresentanza maschile e femminile. Su questo versante, è stato sconfitto. Le donne sono otto. Poco più della metà degli uomini.