Nicola Zingaretti con Maurizio Martina (Ansa)
Nicola Zingaretti con Maurizio Martina (Ansa)

Roma, 11 gennaio 2019 - Sinistra (riformista e radicale) in panne, popolari in cattiva salute, sovranisti con grandi speranze di arrivare primi, populisti ancora incerti. Manca poco alle elezioni Europee del 26 maggio. La campagna elettorale, di fatto, è già iniziata (senza considerare che, in Italia, siamo in campagna elettorale perenne...). E poi, da noi, c’è un problema di non poco conto. Il maggior partito d’opposizione e di centrosinistra, il Pd, rischia l’estinzione. A prescindere da come andrà alle primarie. Se ne rende conto uno dei ‘competitor’ principali. Di più: quello che vien dato per vincitore all’appuntamento congressuale, il governatore del Lazio – l’eterna promessa della sinistra postcomunista – Nicola Zingaretti. L’Italia è appena sveglia, la gente reca al lavoro (o a cercarne uno) e lui, dalla colonne di un giornale romano, scandisce: per le Europee "dovremo costruire una nuova piattaforma per cambiare l’Europa. Serve una lista forte, unitaria e aperta. Dobbiamo aprirci e allargarci, aggregare forze culturali, economiche e sociali per dare un’idea che c’è un’Europa da rifondare. Loro, i leghisti, vogliono picconare l’Europa noi rifondarla". E poi l’affondo: il simbolo del Pd "non è un dogma, ma questo poi lo decideremo. Dobbiamo ripartire dal Pd come promotore di una lista ampia, con il protagonismo degli intellettuali del mondo della ricerca e della scuola, del mondo del lavoro, dei giovani e dell’associazionismo". Al di là degli slogan, gli osservatori capiscono subito che sarà il tema della giornata politica. 

Sì a "una lista aperta che si rivolga ai tanti democratici e riformisti" alle Europee, dice Maurizio Martina, candidato alla segreteria del Pd (il più accreditato a dar fastidio a Zingaretti). Che aggiunge: "Carlo Calenda, insieme a tanti altri, sta lavorando a un Manifesto di progetto e guardo con molto interesse a questo sforzo". Eccolo là, Calenda. Evocato più volte per il suo, dicono, europeismo senza se e senza ma. Evocato come Matteo Renzi, che in molti vogliono al lavoro per la creazione di una lista 'alla Macron'. Di qualcosa di "più largo del Pd" parla anche Matteo Richetti, già renziano di ferro, poi renziano tiepidino, oggi braccio destro di Martina.

E il più interessato alla questione, cioè il citatissimo Calenda? La questione del simbolo è "secondaria". Che ci sia o meno il simbolo del Pd o di altre formazioni, quello che conta è che si arrivi a costruire "una lista unitaria delle forze europeiste. Sono assolutamente disponibile a candidarmi alle Europee qualora si formi una lista unitaria delle forze europeiste", spiega. "La questione se, insieme al nome delle lista, rimangano o meno i simboli dei partiti che la comporranno non mi appassiona". Insomma: mi pare un’ottima idea.

Ma ascoltiamo anche il parere di alcuni sondaggisti. Concetto generale (ovvio, verrebbe da dire): il simbolo del Pd può essere accantonato, sostituito, ma si tratta di una operazione che può funzionare solo se la leadership del partito diviene forte e autorevole. Per Renato Mannheimer sul simbolo non ci sono più i rischi di prima: "Nella prima repubblica, il simbolo era essenziale" con gli "elettori che votavano il simbolo più che il leader. Quindi oggi cambiarlo sarebbe pericoloso ma non disastroso, conta più il leader». E quindi «se Zingaretti fosse capace di assumere una leadership forte la cosa potrebbe andare".

Per Maurizio Pessato di Swg, "la cosa si può fare e potrebbe avere senso". Certo, "bisogna vedere se c’è tempo, se trovano accordo nel Pd, se si arriva a una proposta condivisa. Si deve vedere se si sposta poi il problema dal logo, dal simbolo alla proposta politica ampia. Ma, per funzionare nel Pd non deve esser vista come una cosa che faccio 'io contro di te' o 'tu contro me'". Il cambio di simbolo "è una cosa che in funzione del voto europeo potrebbe essere una strada da intraprendere, mentre la vedo più difficile sul piano nazionale. A favorire questa svolta potrebbe essere il fatto che il 26 maggio si vota con il proporzionale e non si vota per il governo nazionale, diminuendo così la necessità di mostrare una identità forte, come forza politica".