Dario Franceschini e Matteo Renzi (Imagoeconomica)
Dario Franceschini e Matteo Renzi (Imagoeconomica)

Roma, 16 settembre 2019 - "Le chiacchiere stanno a zero. Di politica nazionale parleremo alla Leopolda e sarò chiaro come mai in passato. La priorità adesso è Firenze", dice Matteo Renzi in merito alla sua, ormai certa, scissione dal Pd. Si limita, per ora, a "capire la rabbia" di "Simona e Dario" (Bonafé e Nardella, ndr) "perché il Pd toscano è il più forte d’Italia ed era logico aspettarsi un riconoscimento territoriale al governo". Renzi aggiunge anche che "ho accettato di votare questo governo e l’ho fatto senza chiedere niente per me o i miei". Ma sembra che Renzi – che già può contare, nel governo, su ben due ministre (Bellanova e Bonetti) – avesse chiesto, a Dario Franceschini, ben cinque posti di sottogoverno, ottenendone solo due (Ascani e Scalfarotto). Gli altri tre renziani (Malpezzi, Morani e Margiotta), infatti, sono di Base riformista, area di Lotti-Guerini, area che dal Pd non esce. E che la scissione sia questione ormai assodata lo dimostrano le parole del leader dem Nicola Zingaretti. Il quale, in tarda serata, afferma: "Dividersi sarebbe un gravissimo errore che l’Italia non capirebbe poi ognuno fa le sue scelte e dovrà assumersi le sue responsabilità. La storia ci ha insegnato che quando ci dividiamo quasi sempre perdiamo". E rincara la dose il numero 2 del Pd, Andrea Orlando all’Huffington post: "Non esistono separazioni consensuali. In queste cose si sa come si inizia ma non come si va a finire".

Certo è che l’ex premier ha deciso di rompere gli indugi. I due coordinatori dei comitati Azione civile – Ritorno al Futuro, Rosato e Scalfarotto, parlano di "separazione consensuale". Come "in quelle coppie che le hanno provate tutte per stare insieme ma proprio non ce la fanno" (Rosato) o per "fare cose bellissime insieme, ma senza abitare nella stessa casa per evitare le liti di condominio" (Scalfarotto) restano parole. Mentre dire che il Pd "il partito alle cui feste si canta Bandiera rossa" viene considerato, al Nazareno, "un motivo-macchietta".
L’idea della separazione consensuale dura lo spazio di un mattino. Zingaretti e lo stato maggiore del partito: la scelta di Renzi è una "follia" o una "furbata". Dario Franceschini bolla come "ridicolo" il solo pensare che ci possa essere un interesse comune nel dirsi addio perché "quando spacchi un partito è sempre traumatico", poi rivolge un estremo appello a Renzi: "Non farlo, il Pd è casa tua e casa nostra, è di tutti". Carlo Calenda (che morde il freno perché sta, a sua volta, lanciando un movimento politico distinto dal Pd) parla di "spregiudicatezza".

Venendo ai fatti, la scissione di Renzi, ha una data, il 20 ottobre, ultimo dei tre giorni della Leopolda, una base organizzativa, i comitati civici "Ritorno al Futuro", e uno zoccolo duro nei gruppi parlamentari. Alla Camera, gruppo autonomo con dieci nomi certi – Rosato, Scalfarotto, Boschi, Ascani, Nobili, Fregolent, Di Maio (Marco), Migliore, Giachetti, Marattin (capogruppo) – e un’altra decina da trovare, pescando in Base riformista come in Civica e Popolare (Lorenzin) e altri del Misto. Al Senato gli scissionisti sono, per ora, cinque (Bellanova, Bonifazi, Faraone, Ginetti, Comincini), più Renzi, e dovranno entrare nel Misto, ma non appena arriveranno 4/5 senatori di FI l’obiettivo è colonizzarlo ed eleggere nuovo capogruppo per contare nelle commissioni, in Aula e, ovvio, al governo.