Il premier Conte con il ministro Salvini (Ansa)
Il premier Conte con il ministro Salvini (Ansa)

Alla vigilia del vertice di Bruxelles che avrà come piatto forte la riforma dell’accordo di Dublino, i singoli stati preparano i rispettivi dossier. Ognuno si presenterà con le proprie richieste, pronto a intavolare una trattativa che si preannuncia difficilissima. I toni sono esasperati, e non si esclude che un accordo non venga trovato. Anzi, alla vigilia dell’inizio dei colloqui, un nulla di fatto, magari mascherato con un po’ di diplomazia, appare come la soluzione più probabile.
ITALIA
L’Italia del presidente Conte ha presentato un dossier in dieci punti al pre-vertice di domenica scorsa, e da quella base intende ripartire. Il punto fondamentale sul quale Roma non vuole derogare è quello della condivisione, esattamente quello che gli altri partener non hanno mai accettato. L’Italia vorrebbe ridiscutere il principio stesso dell’accordo di Dublino, quello secondo il quale il paese di primo approdo del migrante è quello che poi si prende in carico il migrante stesso. Finora questo sistema, che l’Italia aveva accettato prima con i governi Berlusconi poi nelle successive versioni firmate dai governi di centrosinistra, aveva svantaggiato l’Italia, e i motivi sono evidenti. Il secondo punto della proposta italiana è la costruzione di alcuni centri di accoglienza chiusi in paesi extra Ue, probabilmente nel Nordafrica. Si chiede poi che venga accresciuta la dotazione finanziaria che la Ue riconosce all’Italia, sulla scorta di quanto era accaduto con la Turchia per bloccare la rotta balcanica. Tra tutti, filtra dal governo, l’Italia non mollerà un centimetro sull’idea della ripartizione, a costo di non firmare la bozza finale.
GERMANIA
La Germania attraversa un difficile momento interno che si gioca proprio sul fronte migranti. Il punto più sensibile per la Merkel si chiama «ingressi secondari», quei migranti arrivati prima in un paese europeo, esempio l’Italia, e solo in una seconda fase giunti in qualche modo in Germania. La Merkel vorrebbe rispedirli nel paese di primo approdo. L’Italia contrasta questa richiesta, spiegando che «una volta risolto il problema dei primi approdi si risolverà anche quello dei secondi». Conte sa che la Cancelliera è molto suscettibile sul tema e in un certo senso tiene il punto. La Germania si è detta disponibile ad aumentare la dotazione finanziaria all’Italia e ai paesi in prima linea, ma grosse concessioni non intende farle. E’ in ogni caso un po’ più mordbida della Francia, proprio perchè molto interessata a un appoggio italiano suio secondi arrivi. Se dovesse saltare la possibilità di un accordo complessivo la Germania accetterebbe anche l’ipotesi di accordi bi o tri-laterali.
FRANCIA
Il presidente francese Emmanuel Macron è il più tenero a parole e il più duro nei fatti. La Francia ha accolto i migranti della Lifeline, ma perché si tratta di qualche decine di persone, in realtà intende portare al tavolo di Bruxelles una posizione di sostanziale chiusura a qualsiasi riforma dell’accordo di Dublino che preveda una sistema di ridistribuzione delle quote. Macron, d’accordo con la Merkel, è favorevole a un mantenimento del «Dublino III» e alla possibilità che vengano costruiti hot spot chiusi all’interno della Ue, mentre rifiuta l’ipotesi avanzata dall’Italia degli hub in Nordafrica.
SPAGNA
Il premier Padro Sanchez si è esposto molto sul tema migranti in questa prima fase del suo governo, imprimendo una decisa svolta «aperturista» con la decisione di autorizzare l’ingresso in un porto spagnolo della nave Aquarius. Ma la buona volontà spagnola non è durata molto, sono serpeggiati alcuni malumori tant’è che il si spagnolo all’accoglienza per i profughi della Lifeline è arrivato dopo qualche esitazione. In ogni caso Sanchez che all’inizio era molto appiattito sulle posizioni franco-tedesche parlando al congresso dei deputati a Madrid ha chiesto che i migranti che arrivani in una nazione Ue siano considerati come arrivati in tutta la Ue, avvicinandosi di fatto alla tesi sostenuta dall’Italia.
VISEGRAD
I paesi del gruppo di Visegrad (Ungheria, Polonia, Repubblica Ceca e Slovacchia) sono i più agguerriti nel rifiutare qualsiasi ipotesi di concessioni rispetto alla situazione esistente. L’ungherese Orban ha addirittura fatto inserire in costituzione il divieto ad accogliere stranieri. Non si sono presentati al pre-vertice di domenica scorsa, e al decisivo vertice di adesso non hanno nessuna intenzione di fare aperture. Confidando magari nel semestre di presidenza austriaco (che inizia lunedì prossimo), paese come loro molto critico verso qualsiasi forma di ripartizione.