Il segretario del Pd Enrico Letta ha incontrato il leader in pectore dei Cinquestelle Giuseppe Conte con il quale ha concordato una serie di linee di lavoro o di temi comuni. Per come si sono messe le cose, il Pd non aveva altra scelta. Ha ragione Letta a parlare di opzione obbligata. Un partito che si batte per arrivare al 20 per cento come il Pd non può non cercare alleanze.

Il punto è il modo in cui queste alleanze si cercano e ci si sta dentro. Nel ruolo che ci si riserva per sé e in quello che si lascia agli altri. Il Pd di Zingaretti aveva sempre dato l’impressione di andare dai Cinquestelle con il cappello in mano, facendosi suggerire dai grillini i temi su cui l’alleanza si sarebbe dipanata. Basta ricordare il modo in cui ha subito l’offensiva sul taglio dei parlamentari, che Zingaretti aveva barattato con una legge elettorale proporzionale, patto mai onorato (per fortuna) da Di Maio. E’ in questo senso che va letto il nuovo corso "interventista" imposto da Letta al Pd, che in una settimana è stato davvero trasformato: le donne, lo ius soli, il voto ai sedicenni.

Ha tirato fuori più argomenti lui in pochi giorni che Zingaretti in due anni. Al di là del merito, è significativo il segnale che Letta ha voluto dare all’esterno e in particolare ai grillini: siamo noi dem che vogliamo dettare i temi della marcia. Consapevole, il nuovo segretario Pd, che stare fermi equivale a scomparire. La continuità con Zingaretti c'è, ma è molto meno forte di come possa apparire. Con Zingaretti guidava Di Maio, con Letta, almeno nelle intenzioni, il Pd vuol riprenersi il posto che crede di meritare.