Il segretario del Pd Enrico Letta (Ansa)
Il segretario del Pd Enrico Letta (Ansa)

Dopo una settimana di governo del suo Pd, pare quasi che esistano due Enrico Letta. Uno prima di Parigi, otto anni fa, e uno dopo, adesso. Un suo amico, uno che lo conosce come pochi e gli vuole anche bene, Filippo Andreatta, una settimana fa al nostro giornale spiegò che "Enrico è tornato da Parigi diverso da come ci è andato, ed è più sovversivo". Un aggettivo rotondo, che intendeva sottolineare un mutamento più che un’evoluzione, sia politica sia umana. In quale direzione è facile intuirlo. Gli otto anni all’università in un ambiente vicino ma tutto sommato estraneo alla politica, a una distanza tale dal palazzo romano da poterlo osservare bene dandone un giudizio distaccato ma non per questo meno severo, l’elaborazione del modo non certo gentile con il quale fu estromesso da palazzo Chigi dal partito che lì l’aveva voluto (tutti si ricordano l’"Enrico stai sereno" di Renzi ma il voto in direzione che segnò la fine del governo Letta non fu dei soli renziani) hanno come scavato un solco tra il Letta che conoscevamo fino al 2013 e quello che abbiamo potuto osservare in questi primi dieci giorni al Nazareno.

E’ sicuramente un Letta più decisionista e meno mediatore, e soprattutto un leader deciso a dare subito un imprinting forte alla sua segreteria. Ha capito l’importanza di tenere salde in mano le redini del partito, conscio di quanto gli capitò otto anni fa, e intende sfruttare la presa che sui gruppi parlamentari e sui vari cacicchi gli consente la carica. Sarà infatti l’attuale segretario a fare le liste per le prossime elezioni, in sostanza sarà lui a decidere chi va in parlamento a chi no: tutti l’hanno capito e in qualche modo lo temono. Ecco da qui la forzatura sui capigruppo, ecco lo spariglio sui vicesegretari e sulla segreteria. Un metodo che il Pd da tempo non conosceva, e che al momento ha creato non pochi imbarazzi e malumori tra i maggiorenti interni. Di cui ancora è presto vedere gli effetti, negativi o positivi che siano. Il Pd è tradizionalmente un corpaccione più incline a farsi guidare che dominare, ma potrebbe anche darsi che alla fine il nuovo metodo adottato dal segretario riesca a sfondare le consuete resistenze verso i metodi di governo più decisi. Sarà l’unità che il Pd mostrerà nelle prossime settimane a dar ragione o torto a Letta e saranno soprattutto i primi risultati elettorali a giudicarne l’iniziativa: il voto a ottobre in cinque o sei importantissimi capoluoghi di regione è il primo banco di prova, non facile, per Enrico Letta.