I silenzi, a volte, pesano più delle parole. E Giancarlo Giorgetti, il potente vicesegretario e uomo-macchina della Lega, tace. Giorgetti, raccontano, avrebbe una crescente insofferenza agli accenti sovranisti di Salvini e non a caso – come altri nel Carroccio, vedi Fedriga – si è schierato per il no al referendum, in difformità dal segretario. Nessuna frattura aperta con Salvini, per ora, ma ci sono da parte sua perplessità sulla strategia del partito nazionale in perenne competizione a destra con Giorgia Meloni, al quale preferirebbe una maggiore attenzione verso i territori. A una Lega più in stile Csu bavarese, saldamente federalista, che sappia...

I silenzi, a volte, pesano più delle parole. E Giancarlo Giorgetti, il potente vicesegretario e uomo-macchina della Lega, tace. Giorgetti, raccontano, avrebbe una crescente insofferenza agli accenti sovranisti di Salvini e non a caso – come altri nel Carroccio, vedi Fedriga – si è schierato per il no al referendum, in difformità dal segretario. Nessuna frattura aperta con Salvini, per ora, ma ci sono da parte sua perplessità sulla strategia del partito nazionale in perenne competizione a destra con Giorgia Meloni, al quale preferirebbe una maggiore attenzione verso i territori. A una Lega più in stile Csu bavarese, saldamente federalista, che sappia dialogare con il centro e portare a un centrodestra in una posizione meno spostata a destra. Chiave di volta di questa operazione è Luca Zaia, che rifugge come la peste le domande dei giornalisti su una sua eventuale Opa sulla segreteria della Lega, eventualità alla quale ribadisce di non essere interessato, ma che fissa un punto chiave: «Dal nostro progetto di autonomia non si torna indietro. A Roma non dormano sonni tranquilli per quanto riguarda l’autonomia».

Ed è questo, quello dell’autonomia, il grimaldello per far saltare il progetto di Lega nazionale portato avanti da Salvini. E, implicitamente, per aprire la strada ad una Lega diversa, con una leadership che fatalmente sarebbe di Luca Zaia. Certo, ne dovrà passare di acqua sotto i ponti. Salvini anche ieri negava la sconfitta. Ripeteva: «Io ho perso? Ma dove! Avevamo 46 consiglieri, oggi 70 e le Marche passano al centrodestra. E allora? Di che sconfitta parliamo? Ne vorrei di sconfitte così! Dobbiamo serrare le fila e guardare alle grandi città che vanno al voto l’anno prossimo». L’approccio è ora più che mai da deus ex machina, perché la retorica vuole un Capitano sempre vincente, ma i rapporti di forza nel centrodestra sembrano essere meno sbilanciati a favore della Lega.

Giorgia Meloni, la rampante leader di Fratelli d’Italia, anche ieri ha negato di essere in competizione con Salvini e ha usato toni concilianti. «È evidente – ha detto – ogni leader si batte per assicurare al proprio partito il migliore risultato possibile». Ma il punto è un altro: «Il centrodestra deve consolidare i suoi consensi, non a scapito dell’alleato» perché «non si va al governo cercando di farci la guerra tra di noi». Come è invece successo al centrodestra in Puglia. In un quadro del genere, Forza Italia, mastica ancora amaro.«I risultati non ci soddisfano pienamente – commenta la capogruppo Mariastella Gelmini – e da domani andrà avviata una riflessione costruttiva sul rilancio di Forza Italia, valorizzando la vocazione liberale, riformista ed europeista».

Un ex Forza Italia come il governatore ligure Giovanni Toti arriva ad ipotizzare un futuro che passi da «un allargamento del centrodestra oltre l’ala sovranista, con sensibilità che vanno fino al socialismo riformista». Facile a dirsi, complicato a farsi. La convinzione in via Bellerio è che nei prossimi mesi scossoni non ce ne saranno, che i rapporti di forza nel centrodestra siano sempre a vantaggio di Salvini e che il confronto interno con Zaia resterà congelato almeno fino a metà del prossimo anno. Ma dopo, se Salvini dovesse incamerare un’altra sconfitta, sarebbe il liberi tutti.
E tutto potrebbe cambiare.