Mario Benedetto
Mario Benedetto

La nostra civiltà, per arrivare alle conquiste che la sua configurazione attuale conosce, ha affrontato battaglie e rivoluzioni. Esse hanno condotto a forme di governo gradualmente più sofisticate ed evolute, mentre oggi sembriamo dimenticare non tanto le regole più complesse ma quelle di base, rispettose delle “maggioranze”, con cui sin dai primi aggregati tribali si sceglieva il “capo”.

È questa una delle prime prove di una tribalizzazione che riguarda processi e figure al centro della vita “pubblica”, a partire dall’ultima citata, ovvero dal leader.

In un sistema di regole consolidato e condiviso, capace di rendere tale anche il sistema politico, la prova di solidità in termini di convinta delega di rappresentatività da parte del popolo e di efficace azione politica da parte degli “eletti” è proprio data da un fattore: la profondità dell’azione politica e dei leader cui fa capo, ovvero la loro durata.

Cosa accade oggi, di contro?

Oggi assistiamo a una durata sempre più limitata del consenso, sostenuto da adesioni meno convinte e legami più laschi, sia extra che intra-partitici. Un fattore che, alla lunga, può mettere in crisi un sistema sociale complesso. Specie se combinato a un altro trend che non si può fare a meno di rilevare: quello della parcellizzazione dell’interesse e delle azioni, individuali e “pubbliche”, volte al suo raggiungimento.

È anche il problema dell’identità. La tendenza alla cura di bisogni e interessi individuali a livello sociale trova rispondenza in un’analoga forza a livello politico e pubblico.

In tempi neanche troppo lontani, possiamo dire fino a un paio di decadi fa, leadership più solide agivano in un contesto maggiormente compatto, dal consenso degli strati sociali sino all’organizzazione dei gruppi politici di riferimento, i partiti.

Nel primo caso c’era una maggiore sensibilità nell’interesse collettivo, l’espressione “ragion di Stato” dovrebbe facilitare il ricordo e la messa a fuoco del tema che stiamo citando. E, d’altro canto, il sistema politico reggeva su partiti coesi, tenuti insieme da idee e ideali maggiormente percepiti come base di un credo che si fa poi azione politica. Se volessimo rendere il ragionamento più crudo e cinico, legandolo a questioni del già citato “interesse”, c’è da riconoscere che anche in tal senso l’organizzazione politica trovava momenti di sintesi proprio in interessi più diffusi e meno legati a prerogative di sottogruppi o persino individuali.

Al contrario, la tendenza odierna vede un’ampia parcellizzazione di azioni e interessi non solo a livello politico ma anche istituzionale. Clan, nell’accezione scientifica del termine, che puntano a tutelarsi all’interno di unità partitiche o istituzionali. Una volta diventati maggioranze, con diverse sfumature di compattezza, tenute insieme da condivisione di idee, propositi o,  appunto, interessi (più) collettivi. Oggi, forze che rappresentano più visioni o interessi particolari che se da un lato sostengono l’alleato, dall’altro sembrano puntare a farne un ostaggio.

Con quali conseguenze?

Nell’immediato tutto questo produce sistemi instabili, organizzazioni complesse rette da regole e forze sociali con tendenza tribale.

E in un futuro più distante?

Qui arriviamo a un punto focale della teorizzazione che elaboro e propongo. L’unica vera difficoltà è stabilire con una certa precisione quanto quello che stiamo per condividere si farà realtà, e molte risposte in tal senso potranno essere date dall’osservazione e dall’analisi del contesto sociale che intendo fare. Mettendo nero su bianco quello che rebus sic stantibus è prevedibile cosa possiamo sostenere con una ragionevole sicurezza?

Il futuro tribale. 

Nei prossimi decenni assisteremo a una ulteriore e graduale frammentazione del modello sociale e politico, dell’organizzazione sociale e politica.

Da un lato questa è la risultante delle forze descritte, recenti e moderne,  ma dall’altro va a confermare quell’“eterno ritorno” che Nietzsche ha reso noto. La nostra storia parla di un Paese divenuto “unito”, mantenendo però una serie di diversità socioculturali che tuttora restano, da nord a sud, ampiamente riscontrabili. Unità che comunque vede come fase precedente una distinzione netta di confini tra Regni dai tratti distintivi abbastanza accentuati.

Senza entrare troppo in ricostruzioni storiche non fondamentali per la nostra analisi, tutta incentrata su uno studio del quadro sociale attuale e delle sue forze orientate al futuro, quello che potremmo riscontrare è un ritorno al passato in termini di organizzazione politica del nostro Paese.

Se le forze in campo continueranno a rispettare queste tendenze, assisteremo a una tribalizzazione che comporterà la nascita di regionalismi, potentati locali, regni, tribù.

Una moderna versione della Libia di Gheddafi, per intenderci, ma senza un tratto determinante: senza un Gheddafi. Senza una leadership di questo peso e di questa legittimazione, alla luce della loro fragilità sopra descritta. Teniamone debito conto nella misura in cui, invece, vogliamo immaginare un Paese che mantenga questa sua configurazione e non passi da Repubblica a Federazione italiana.

Non c’è giudizio di valore, c’è analisi e conseguenza della stessa, ovvero risultato dell’azione a opera delle forze sociali in campo.

La tribù, da passato, può farsi ragionevolmente futuro.