Nicola Zingaretti è nato a Roma nel 1965. È leader del Pd dal 17 marzo del 2019 (ImagoE)
Nicola Zingaretti è nato a Roma nel 1965. È leader del Pd dal 17 marzo del 2019 (ImagoE)

Roma, 15 gennaio 2020 - Nel Pd è scoppiata la pace e il momento del ‘volemose bene’, non foss’altro perché, come Annibale per i romani, alle porte c’è Salvini che rischia di vincere (da solo) le elezioni in Emilia-Romagna. Fino al 26 gennaio, dunque, il segretario non si discute. Dal giorno dopo, se si vince, il governo va avanti, Zingaretti resta segretario (e si ricandida), ma il congresso si farà a data da destinarsi (anche perché a giugno ci sono altre regionali altrettanto importanti) e proprio Bonaccini, novello Scipione l’Emiliano che ha sconfitto Annibale, potrebbe essere tentato da una candidatura alternativa.

Se si perde, il governo va avanti (Franceschini ha assicurato urbi et orbi che andrà così), ma Zingaretti si potrebbe dimettere subito, il congresso farsi entro l’estate e i posizionamenti nell’attuale maggioranza (le aree Franceschini e Martina) ricollocarsi in cerca di nuovi campioni da contrapporre a Zingaretti o al suo braccio sinistro, Andrea Orlando, saldandosi con la minoranza (Base Riformista) che, seppur ‘di sua Maestà’, fibrilla. Questo è il fuoco che cova sotto la cenere, poi c’è la cenere di due giorni di conclave.

Zingaretti, concludendo i lavori della due giorni in abbazia (il gelo esterno e interno è rimasto tale), ha lanciato i suoi cinque punti da offrire ai partner di governo (M5s in primis) per la verifica di governo e anche "per il futuro dell’Italia". Dalla rivoluzione verde per far crescere l’economia alla sburocratizzazione, dalla svolta digitale all’’Equity Act’ per la parità uomo-donna e nord-sud, dalla scuola al piano salute e assistenza, arrivando tra l’altro a parlare di cancellierato. Per il leader dem, "il Pd è il pilastro", ma la fase due presuppone un più stretto rapporto con l’M5s, come già chiesto da Franceschini.

E qui, tanto per cambiare, quando si parla di Pd, i mal di pancia diventano conati di vomito. Diversi gli interventi critici contrari alla linea del duo Franceschini-Zinga che registrano anche l’inedita convergenza tra la piccola, ma agguerrita, minoranza di Matteo Orfini e quella ben più consistente di Base Riformista sulla cancellazione dei decreti sicurezza che il Pd governista vuole solo "rivedere" e, in generale, contro la "subalternità" all’M5s (accusa di Giorgio Gori). Zingaretti risponde stizzito e Orlando chiede all’alleato di rinunciare all’antipolitica "che crea angoscia".

Ma la vera angoscia è per le elezioni in Emilia-Romagna. Tutto il resto (compreso il caso Puglia, con Renzi e Calenda che vogliono opporsi alla ricandidatura di Emiliano, incoronato da primarie finte) è già passato in cavalleria.