Di Maio al Restitution Day dei consiglieri M5S abruzzesi (Ansa)
Di Maio al Restitution Day dei consiglieri M5S abruzzesi (Ansa)

Roma, 29 novembre 2018 - Luigi Di Maio si difende. Sul Blog delle stelle, ieri il ministro ha pubblicato i documenti che riguardano la sua breve stagione lavorativa presso l’azienda della madre, la Ardima costruzioni, nel segno della «massima trasparenza» e per «mettere a tacere» le «menzogne» che circolano; quattro buste paga per tre mesi e mezzo di lavoro a circa 1100 euro di stipendio, iscrizione all’Inps, contratto di lavoro per 40 ore settimanali come manovale. Tutto regolare, almeno in apparenza, ma mancano le ricevute di avvenuto versamento dei contributi all’Inps che Di Maio non ha prodotto. 
E non è un caso se il Pd, nell’interrogazione depositata ieri e nella quale chiede al ministro di riferire in Aula sul caso, punta il dito proprio su questo aspetto, intimando di «rendere pubblica l’intera documentazione, con particolare riguardo all’estratto conto contributivo, nonché chiarire se nel corso degli anni 2008-2013 sia stato percettore di trattamenti di indennità legati allo stato di disoccupazione». 

Un aspetto che può mettere ulteriormente in difficoltà Di Maio se, per ipotesi, la madre Paolina Esposito, all’epoca sua datrice di lavoro, non avesse provveduto a versargli i contributi. Così come resta in piedi la sua responsabilità come socio dell’azienda Ardima srl (possiede il 50% delle quote), amministrata dal padre Antonio. L’altra sera, davanti alle telecamere delle Iene, Di Maio ha sostenuto di non essere a conoscenza della causa intentata da uno dei lavoratori al nero contro la ‘sua’ azienda, poi però si è contraddetto e ha sostenuto che era a conoscenza della causa sottolineando di averla «vinta»; la vertenza è stata intentata nel 2016, quando Di Maio era già socio della società. 

Il Pd sottolinea anche che, nel curriculum depositato in Parlamento, Di Maio ha omesso di indicare il 50% della proprietà dell’azienda. Insomma, i nodi restano. Fino a un possibile conflitto d’interessi che traspare nell’esortazione della leader Cgil, Susanna Camusso: «Credo che il ministro del lavoro abbia il dovere istituzionale di mandare gli ispettori a verificare la situazione (nella sua azienda, ndr) perché solo su quella base potranno essere dati giudizi».

Questioni che restano, quindi, in controluce in una vicenda che vede Di Maio attaccare a testa bassa il Pd e la nemica di sempre, Maria Elena Boschi. «Io quello che non sopporto – ha infatti detto ieri – è come possa essere paragonato a una ministra che andava a fare il giro delle banche e delle autorità indipendenti per salvare la banca del padre. Io non ho fatto il giro delle sette chiese per salvare mio padre, sono qui a dirvi che se qualcuno ha sbagliato deve pagare, io dieci anni fa avevo 20 anni». Accanto a Di Maio si schierano tutti i vip stellati, a partire dal ministro Toninelli secondo il quale «l’onestà di Di Maio non può essere messa in discussione. Ma la coesione del gruppo stellato è solo apparente. Si consolida la fronda capitanata da Roberto Fico e anche l’altra, con a capo Salvatore Caiata, l’espulso presidente del Potenza calcio.