Roma, 11 settembre 2018 - Continua la guerra del vice premier Luigi Di Maio contro i giornali e il mondo della libera informazione. Un’offensiva che non conosce sosta. Domenica scorsa alla Fiera del Levante di Bari, Di Maio aveva spiegato di voler dare indicazioni "alle società partecipate dello Stato di smetterla di fare tutta questa pubblicità sui giornali perché molto spesso non si sa se comprano quelle inserzioni per fare pubblicità al brand o per fare un favore ai giornali". Ieri il capo del Movimento 5 Stelle se l’è presa contro gli editori dei giornali e in particolare contro gli editori che oltre all’editoria hanno altri interessi imprenditoriali. Come consentito dalla legge, in tutti i Paesi normali. 

"Gli editori dei giornali hanno le mani in pasta ovunque nelle concessioni di Stato: autostrade, telecomunicazioni, energia, acqua. Questo non è più giornalismo libero". Una sparata che nasconderebbe, filtra da fonti accreditate a Palazzo Chigi, la volontà dell’esecutivo sponda grillina di mettere in campo una normativa per ridurre al minimo gli editori "non puri". Una misura che sarebbe allo studio e che peraltro non è prevista nel cosiddetto "contratto di governo". La presa di posizione di Luigi Di Maio è stata subito respinta dal presidente della Federazione italiana editori giornali (Fieg), Andrea Riffeser Monti, che ha rigettato con forza l’affermazione secondo cui gli editori avrebbero "le mani in pasta ovunque nelle concessioni di Stato".

Nello stesso tempo Riffeser ha anche ribadito la pronta e immediata disponibilità a un serio confronto in Parlamento con tutte le forze politiche per analizzare e discutere il futuro della carta stampata. Il presidente della Fieg subito dopo il suo insediamento a inizio luglio aveva incontrato il nuovo sottosegretario all’Editoria, Vito Crimi, e con lui era iniziato un confronto corroborato anche dalle dichiarazioni programmatiche di Crimi al Parlamento. E da lì si riparte. "Come sostenuto da Crimi – ha proseguito ieri Riffeser – è necessario traghettare il settore per i prossimi dieci anni. Mi auguro che si ricerchi nel Parlamento la massima condivisione sulla riforma in modo da dare certezze alle imprese, considerando il ruolo fondamentale della stampa e del lavoro dei giornalisti che richiede sempre più adeguate risorse. Resta prioritario poter continuare a informare i cittadini nella maniera più obiettiva, potendo disporre di aziende sane e libere da condizionamenti, tutelando gli oltre 60.000 addetti di tutta la filiera dell’informazione".

Le parole pronunciate ieri da Di Maio hanno ricevuto dure critiche anche dal sindacato dei giornalisti italiani (Fnsi) e da numerosi politici dei più vari schieramenti. "Dichiarare guerra ai cosiddetti editori impuri ha il sapore di un’intimidazione e di un attacco alla libertà di stampa, garantita dalla Costituzione", hanno spiegato in una nota Raffaele Lorusso e Giuseppe Giulietti, segretario generale e presidente della Fnsi. "Il modo migliore per affrontare il problema è quello di passare dagli spot agli atti concreti. Va purtroppo constatato che, al di là dei proclami e degli annunci di misure liberticide, nessuna chiara volontà di invertire la tendenza è stata dimostrata fino a oggi dal governo".