Mattarella e Conte (Ansa)
Mattarella e Conte (Ansa)

Roma, 18 agosto 2019 - L'ultima voce è che Conte martedì si dimetterà. Di sicuro, attaccherà Salvini in Aula. Chiuso, almeno per il momento, il forno leghista, il premier non si farà alcuno scrupolo a dire che il governo è fallito per colpa del Carroccio, che i suoi strappi istituzionali hanno creato problemi, che è venuto meno ogni rapporto e via così. 
Ma quando dalle parole si passa ai fatti ogni certezza viene meno. Posto che la mozione di sfiducia della Lega non è stata ancora calendarizzata, non è escluso che dopodomani al Senato il leader padano se ne esca con una mossa a sorpresa. Oppure che vada a buon fine il pressing dei pentastellati sul premier per convincerlo a restare al suo posto – congelando la crisi – almeno i due giorni necessari per varare la riforma dei parlamentari. L’opzione è qualcosa di più di un’ipotesi di scuola, però rischierebbe di portare a un vicolo cieco istituzionale: non piacerebbe affatto al Quirinale, che non vuole soluzioni che aprono al caos. 

C'è da dire che al capo dello Stato non piacciono anche soluzioni meno pasticciate, come un governicchio messo su solo per evitare il voto. Rientrato in anticipo dalla Maddalena (si è concesso un rapido passaggio a Palermo), Mattarella userà le ore che separano dallo show-down per capire – anche a livello internazionale – l’aria che tira. Osservatori del Palazzo danno per scontato contatti con Conte: di certo, se il premier sceglierà la strada che appare più diritta, e cioè dopo le comunicazioni salirà al Colle a dimettersi evitando quel voto parlamentare che gli precluderebbe la possibilità di tornare in pista in un secondo momento, il presidente della Repubblica comincerà le consultazioni. 
Probabile che si tengano già il 21 agosto e che in 48 ore si esauriscano. A meno che dai colloqui non venga fuori qualche scenario serio: in quel caso, il Colle le allungherebbe quanto basta per capire se la soluzione che si prospetta è seria. Piuttosto che una roba abborracciata, il refrain che risuona al Quirinale, meglio il voto.

Ciò che accadrà, in gran parte dipenderà da Conte che, al momento, ha una sola via d’uscita: rompere con Salvini. Metti questo, aggiungi che i pentastellati – convinti d’aver il coltello dalla parte del manico – provocano il leghista: "Anche oggi si dimette domani", mentre Di Maio – di ritorno dal Cilento – dà appuntamento in aula direttamente martedì. Risultato: tutti danno per chiuso il forno leghista, ma vai a sapere. 

Di contro, tutti danno per aperto il forno democratico, però in politica tutto è possibile. Lo sa bene il Cavaliere che – temendo come la peste – l’inciucio giallo-rosso da una parte gronda ira contro Salvini per aver agevolato una soluzione del genere, dall’altra non esclude di aiutare M5s-Pd magari con un gruppetto di responsabili. Da notare che il tentativo con i democratici potrebbe saltare non sul programma ma sui nomi: la discontinuità chiesta al Nazareno passa per la defenestrazione non solo di Di Maio ma pure di Conte. Certo: il premier in questi mesi ha creato un buon rapporto con il Quirinale, ma il capo dello Stato è fermamente deciso a non imporre nessuna soluzione né a fare blocco su alcuno.