12 mag 2022

Conte sfida Draghi: basta armi, ora votiamo. Rischio crisi maggioranza

Il leader M5s a Piazza Pulita: "Sulla guerra il premier non ha un mandato politico"

ettore colombo
Politica
Il presidente dei Cinquestelle Giuseppe Conte, 57 anni
Il presidente dei Cinquestelle Giuseppe Conte, 57 anni

Roma, 12 maggio 2022 - "Lo scenario di guerra è nuovo, il governo non ha un mandato politico. Altre armi all’Ucraina? Abbiamo già dato". E' la sfida di Conte al premier Draghi. Il quale, oggi, in via preventiva, al Cdm (quindi a tutti i ministri di tutti i partiti, 5 Stelle compresi) ha ribadito che "Russia e Usa si devono sedere a un tavolo" (tutti e due, dunque), tavolo in cui "l’Ucraina sia l’attore principale". In questo contesto, ha spiegato, "Biden deve chiamare Putin". Insomma, capita l’antifona "interna" (il dissidio 5 Stelle), Draghi spinge sul pedale della pace anche lui e su "contatti da riavviare a tutti i livelli", ma stavolta l’accento cade su Biden: faccia la prima mossa.

Ma a Conte non basta e lo attacca di nuovo. Le parole del leader M5s, pronunciate a Piazza Pulita (La7), sono pesanti politicamente: "Il governo era nato per affrontare l’emergenza pandemica e il Pnrr, ma di fronte a uno scenario imprevisto non possiamo pensare che vada avanti da sé, decidendo di volta in volta cosa fare e come posizionarsi, perché serve un mandato politico che non ha". Questa la premessa. Un macigno. Già dire che il governo Draghi non ha un mandato politico vuol dire minarne le fondamenta. Poi il cavillo: "Il fatto che già ci sia un decreto che indica un termine massimo per passare in Parlamento non vuol dire che non possa esserci un aggiornamento sullo stato della guerra. Un passaggio con un voto e con un atto di indirizzo parlamentare è elemento di chiarezza". Infine c’è pure il dato moralistico e ideologico: "Di armi, in Ucraina, ce ne sono fin troppe".

L’oggetto del contendere verte sempre sullo stesso punto: la fornitura di nuove armi all’Ucraina. Il governo sostiene che l’autorizzazione già c’è, dentro i decreti già votati, e che l’obbligo a riferire è solo trimestrale. La linea è chiara e la mette a verbale il dem Stefano Ceccanti: "Non ci sarà nessun voto sull’imminente decreto interministeriale di aiuto alla legittima difesa dell’Ucraina perché sono ancora pienamente vigenti come fondamento giuridico e politico fino al prossimo 31 dicembre le risoluzioni puntuali votate alle Camere il 1° marzo scorso e recepite con decreto".

Il 19 maggio, dunque, Draghi terrà, in Parlamento, una semplice informativa, senza voto. I 5 Stelle, invece, chiedono si passi da un voto: quindi non una semplice informativa, ma dibattito, risoluzioni e voto sulle relative mozioni. Il sospetto – e il rischio – è che i 5 Stelle ne vogliano presentare una propria, diversa dalle altre forze di maggioranza, per escludere sia la fornitura di "armi letali" che di "armi offensive". Sarebbe, né più né meno, la fine del governo. Un partito che vota contro gli altri partiti della maggioranza su un tema dirimente come la politica estera non potrebbe che provocare la crisi della maggioranza stessa come pure del governo. Il paradosso è che anche Salvini ("Bene Draghi, guida la Ue sulla via della pace") loda il premier e nemmeno la Lega, chiede un voto sulle armi. Nel caso, invece, il redde rationem arrivi il Pd sta già ‘stressando’ i dimaiani: voi non ci state, vero? Voterete con noi e contro Conte rompendo i 5 Stelle? La risposta, in queste ore concitate, pare sia un sì.

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