Massimo Enrico, presidente di Vite in riviera e della Cooperativa viticoltori Ingauni, azienda tra le fondatrici della rete
Massimo Enrico, presidente di Vite in riviera e della Cooperativa viticoltori Ingauni, azienda tra le fondatrici della rete

di Michele Mezzanzanica

ORTOVERO (Savona)

C’è Cascina Praiè che fa un cru di Pigato affinato in barrique, BioVio che ottiene un interessante rosato da uve Rossese di Campochiesa, Viticoltori Ingauni che realizza grappe e anche un vermouth. C’è poi Podere Grecale che produce il Moscatello di Taggia, recuperando un antico e nobile vigneto quasi scomparso, mentre Lombardi dà vita a un inedito “taglio imperiese” a base di Rossese, Granaccia e un 10% di vitigni autoctoni minori. E ancora Ramoino e Poggio dei Gorleri che “accarezzano” l’amato Pigato fino a realizzarne tre linee differenti ciascuno, così come fanno Foresti con il Rossese di Dolceacqua e Guglierame con l’Ormeasco, in quest’ultimo caso addirittura monoprodotto aziendale.

E’ un territorio vivace, il Ponente Ligure, che non si limita al compitino ma cerca nuove strade per valorizzare un patrimonio enologico ampio e variegato, paradossalmente forse anche troppo per una fascia di terra stretta fra mare e montagna; un posto in cui bastano pochi chilometri, a volte anche solo trovarsi di qua o di là di un promontorio, per trovare condizioni pedoclimatiche molto differenti.

Altitudini, esposizioni e temperature che condizionano profondamente la produzione del vino. Idee ed entusiasmo non mancano, anche se in alcuni casi, per la verità, i risultati non sono eccellenti. Ma non è per forza un male, anzi: guardando il bicchiere mezzo pieno, significa che ci sono margini di crescita. Soprattutto per quelle aziende, non poche, relativamente giovani, ancora in cerca di una cifra stilistica ben definita.

Questa l’impressione lasciata dalle ‘Prime’ di Vite in Riviera, la rete di imprese che riunisce 27 cantine (e produttori di olio) del Savonese e dell’Imperiese, quest’anno leggermente posticipate dalla primavera all’estate per ragioni Covid. Vermentino e Pigato fanno la parte del leone, con il primo che trova la sua massima espressione nella zona di Sanremo e il secondo che dà il meglio di sé nel Savonese, ma non si abbandona la Lumassina e soprattutto cresce l’importanza dei rossi, il trittico Ormeasco-Rossese-Granaccia, anche e soprattutto in ottica enoturistica ed enogastronomica, in modo da non lasciare sguarnito di validi prodotti locali un segmento così importante, fino ad oggi fagocitato da un ingombrante vicino come il Piemonte.

"Vogliamo rappresentare il territorio in un bicchiere – spiega Massimo Enrico, presidente di Vite in Riviera e della cooperativa viticoltori Ingauni, tra le realtà fondatrici della rete – un territorio complesso, caratterizzato da un’estrema parcellizzazione per cui le cantine si trovano ad avere terreni anche molto piccoli e molto distanti, pur di piantare le vigne nelle zone più vocate. Nel Ponente Ligure la viticoltura è in fermento, ciascuno cerca giustamente la propria strada, con affinamenti particolari piuttosto che spumantizzazioni. Ma sempre nel rispetto della tradizione".

Un impulso importante, paradossalmente, è arrivato proprio dalla pandemia, una situazione di crisi da cui le aziende hanno tratto forza pr il riscatto. "Nei mesi del lockdown ci siamo confrontati molto tra di noi - racconta Enrico - abbiamo parlato della produzione ma anche della necessità di fare un salto di qualità nel marketing e nella comunicazione del territorio, aspetti fondamentali nel mercato vinicolo odierno". E adesso il Ponente Ligure, dopo un’estate che ha visto il ritorno dei turisti, è pronto a cavalcare l’onda della ripresa offrendo ai visitatori anche una gamma di vini all’altezza di un territorio celebre per il mare e la buona cucina.