Lilian Thuram, 49 anni, è l’autore di ’Il pensiero bianco’ uscito per Add Editore nella traduzione di Marco Aime e Maria Elena Buslacchi
Lilian Thuram, 49 anni, è l’autore di ’Il pensiero bianco’ uscito per Add Editore nella traduzione di Marco Aime e Maria Elena Buslacchi

Quando un figlioccio tenuto a battesimo 24 anni fa gli chiede: "Zio Lilian riuscirai a vedere sconfitto il razzismo?", lui risponde realisticamente di no. Perchè anche se ti chiami Thuram e sei stato un difensore top player nelle file della Juve, del Monaco, del Barcellona, del Parma, vivi immerso in una società che molti passi ha fatto ma altrettanti ne deve fare per sconfiggere o quantomeno affievolire i pregiudizi e le discriminazioni. "Che si chiamano razzismo, ma anche sessismo, omofobia". La Thuram-filosofia è ora condensata nel libro ‘Il pensiero bianco’ (add editore, traduzione di Marco AIme e Maria Elena Buslacchi) che dopo l’anteprima a Pordenonelegge (l’incontro è ancora visibile al link https:www.youtube.comwatch?v=ck9rOr5U62o) avrà un’altra passerella italiana il 15 ottobre al Salone del Libro di Torino.

La tesi di fondo è che vada cambiata la prospettiva, dal discriminato al discriminante. Con quali vantaggi?

"Io ho dovuto cominciare a confrontarmi col colore della mia pelle a nove anni quando mi trasferii a Parigi dalla Guadalupa e mi sono reso conto ben presto che spesso l’insulto è questione di abitudine, di forma mentis. A un incontro in un Ministero francese mi sono soffermato una volta a osservare chi c’era intorno al tavolo con me e ho fatto notare che erano quasi tutti uomini. Gli uomini si sono scandalizzati e lì ho capito che bisogna insistere sul capovolgimento del concetto di norma che spesso induce a involontarie esclusioni".

Ed è un sentimento che attecchisce?

"Fondamentale è rendersi conto che il problema esiste. La gente spesso finge di non vedere, di non accorgersi, prevale l’ipocrisia. Perchè è vero che le cose non sono più come cento o duecento anni fa ma di strada da fare ne resta tanta. Il razzismo è innanzitutto arroganza e gli arroganti hanno difficoltà ad ascoltare".

In Italia le recenti vittorie olimpiche di atleti non bianchi che hanno portato in trionfo la nostra bandiera hanno riacceso il dibattito sullo ius soli. Lo sport può essere il grimaldello per far saltare certe chiusure?

"Mah, è come dire che se servi alla patria, allora eccoti accolto tra i concittadini. Mi sembra un razzismo all’ennesima potenza. Anche all’epoca degli schiavi, donne e uomini forti venivano prescelti a scapito degli altri. Di fondo resta il fatto che un Paese rifiuta la nazionalità a chi nasce sul suo suolo per difendere la purezza degli ‘indigeni’. L’idea stessa di razzismo nasce dall’esigenza di non mischiarci con altri".

La sua fama l’ha messa al riparo da episodi di razzismo?

"Non sempre mi riconoscono. Quando ero un giovane giocatore, a Parigi mi presentai in un hotel di lusso con la mia futura moglie e alla porta trovai due tizi che non mi hanno lasciato entrare dicendo che non era un ambiente per me. Un’altra volta in Belgio entro al ristorante con un gruppo di amici e mentre loro si siedono a tavola io mi dirigo in bagno. Una donna mi si avvicina e mi dice: "Guardi che questa non è mica una toilette pubblica", io ho chiesto di parlare col direttore ma il barista del ristorante mi riconobbe. Arrivato al tavolo, gli amici mi chiesero se volessi andarmene alla luce di quanto successo e io dissi di no, perché l’abitudine alla discriminazione finisce col farti accettare tutto".

I suoi figli Marcus e Khephren che seguono le orme del papà calciatore vivono situazioni simili?

"La società in cui si trovano a vivere è meno ostile, ma non per questo non devono continuare a perseguire la giustizia".

Quali gli ulteriori step più urgenti?

"Intanto ognuno di noi deve rendersi conto di essere parte del problema per non finire nella trappola di chi ci specula a fini politici o economici. Il mio sogno sarebbe poter smettere di credere nei principi capitalisti che ci mettono l’uno contro l’altro spingendoci a perseguire solo l’interesse personale per il timore di venire sopraffatti".

Chi o cosa ha contribuito a creare questa sua coscienza così ben radicata?

"Muhammad Ali. Leggere la sua storia mi ha fatto capire il potere dello sport e aiuta a inquadrare la persona che sono diventata oggi. Vorrei che anche tanti sportivi bianchi facessero come Peter Norman ai Giochi Olimpici di Città del Messico nel 1968".