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24 apr 2022

Tra i cecchini di Karadzic trent’anni dopo Bruciano ancora le cupe vampe di Sarajevo

24 apr 2022

Chi era l’ospite della suite numero 503 dell’Holiday Inn di Sarajevo fino all’alba del 6 aprile 1992? Quell’uomo che scappò con uno scatolone di Marlboro, due casse di Dom Perignon e che chiedeva ai camerieri dell’hotel il filetto per il suo gatto, subito dopo che la Bosnia era diventata indipendente (via referendum), era Radovan Karadzic (foto). Il 6 aprile 1992 inizia l’assedio di Sarajevo, con i cecchini di Karadzic che sparano dalle finestre dell’hotel. È l’assedio più lungo nella storia dal Dopoguerra. Fuggito, Karadzic è già a Pale, dove si è autoproclamato presidente della repubblica serba di Bosnia. Sarajevo e la Bosnia, di conseguenza, sono il microcosmo di quell’Jugoslavia di Tito in via di disfacimento e già in guerra: terre di croati (cattolici), serbi (ortodossi) e bosniaci (musulmani). Battistini e Mian tornano a quei giorni trent’anni dopo e snodano il racconto tra passato e presente in un Dopoguerra balcanico che mai potrà definirsi tale. Basta scorgere anche adesso quello che accade in Serbia (e non solo) dove il progetto di Grande Serbia non è mai tramontato. Un libro da leggere, Maledetta Sarajevo, con in sottofondo la canzone dei Csi Cupe vampe.

Matteo Massi

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