Elio
Elio
Sopracciglia d’artista. La versatilità di solito spiazza il grande pubblico che, diffidando degli animi troppo eclettici, preferisce incardinare l’uomo di spettacolo a un ruolo per tutta la vita. Ma Elio no, lui ha sempre avuto il merito di riuscire a farsi accettare in qualsiasi veste, al Festival di Sanremo come al Rossini Opera Festival, sul palco di un musical della Wertmüller come nel salotto televisivo di Serena Dandini, sui set di Rocco Siffredi (senza partecipare alle scene erotiche "perché c’era troppa gente") come tra i giudici di X Factor, sul campo da baseball, nella cabina di doppiaggio di Austin Powers o ai microfoni di Radio Deejay, o nei sui mille travestimenti. E sempre con risultati onorevoli. Merito, forse, del metodo e dello sguardo sul mondo...

Sopracciglia d’artista. La versatilità di solito spiazza il grande pubblico che, diffidando degli animi troppo eclettici, preferisce incardinare l’uomo di spettacolo a un ruolo per tutta la vita. Ma Elio no, lui ha sempre avuto il merito di riuscire a farsi accettare in qualsiasi veste, al Festival di Sanremo come al Rossini Opera Festival, sul palco di un musical della Wertmüller come nel salotto televisivo di Serena Dandini, sui set di Rocco Siffredi (senza partecipare alle scene erotiche "perché c’era troppa gente") come tra i giudici di X Factor, sul campo da baseball, nella cabina di doppiaggio di Austin Powers o ai microfoni di Radio Deejay, o nei sui mille travestimenti. E sempre con risultati onorevoli.

Merito, forse, del metodo e dello sguardo sul mondo di un ingegnere elettronico uscito dal Politecnico di Milano dalla porta sbagliata oppure di un cantante, musicista, attore, compositore, suonatore di flauto traverso diplomato al Conservatorio Giuseppe Verdi, portato a dirsi, come un eroe letterario del mondo pirandelliano, "mi conoscevano gli altri, ciascuno a suo modo, secondo la realtà che m’avevano data".

Dice che la laurea gli è servita, ma il diploma di Conservatorio di più. Domani Stefano Belisari, pardon Elio, nato a Milano nel ’61, entra nei sessanta, senza deviare di un passo però il cammino imboccato a diciannove anni approcciando il mondo dello spettacolo con un’identità parallela e un gruppo dal nome improbabile quale Elio e le Storie Tese. Sei avventurieri del pop protagonisti di un’epopea quarantennale o giù di lì, raccontata nell’autobiografia Vite bruciacchiate. Ricordi confusi di una carriera discutibile, su cui una mano anonima avrebbe voluto scolpire (ma siamo sicuri che sia proprio finita?) un’epigrafe in sintonia con la loro storia: "pirla chi legge".

Sorriso e impegno sociale. Travestito da Gioconda e impegnatissimo a ballare il tip tap, ultimamente Elio è spuntato nel comedy show di Amazon Lol: chi ride è fuori, condotto da Fedez e Mara Maionchi, assieme a Lillo Petrolo, Angelo Pintus, Frank Matano, Caterina Guzzanti e Ciro Priello, ma si è visto anche – pochi giorni fa – coi figli Dante e Ulisse a servire pizze in un locale di Cassina de’ Pecchi per sensibilizzare gli avventori sui problemi dell’autismo, disturbo di cui soffre uno dei suoi bambini. Ha recitato davanti alla macchina da presa di Antonello Grimaldi, Sophie Chiarello, Paolo Consorti, Alberto Saibene, e ha portato a teatro Gaber e Brecht, La famiglia Addams (con Geppi Cucciari) e i Monty Python. Ma anche dato alle stampe opere letterarie di ribelle fantasia come Fiabe centimetropolitane, Animali spiaccicati ovvero il Nuovissimo Metodo per entrare alla grande nel mondo dei grandi.

Appassionato di Rossini, voce narrante di Pierino e il lupo di Prokofiev in un album per la Deutsche Grammophon del 2016, al lavoro l’anno scorso con Rocco Tanica ed Enrico Melozzi nella ricostruzione del quintetto perduto de Le nozze in villa di Gaetano Donizetti, ha pure scritto con Francesco Micheli un saggio sulla lirica, L’opera è polvere da sparo, e con Franco Losi il romanzo Uaired. Nel 2009 si è presentato al MAXXI di Roma, per ritirare il Premio alla carriera della XV Quadriennale nazionale d’arte di Roma destinato a Maurizio Cattelan, sostenendo di essere Cattelan.

"Non è difficile avere un’idea al giorno, è difficile campare di quelle idee e fare in modo che si traducano in qualcosa in più del semplice divertimento tra di noi" ripete spesso Stefano. "Accontentare il gusto imperante sarebbe più facile, così come fare delle cose più o meno uguali e ripetitive. Io cerco di evitare il rischio. Non è difficile essere originali in Italia, anzi, forse è più facile che altrove, perché il conformismo è talmente radicato che la minima idea sembra opera di un genio. E quando qualcuno chiama noi geni di solito rispondo “no, sono gli altri dei ca**oni“".