Domenica 23 Giugno 2024
LUCA SCARLINI
Magazine

Roversi a Parigi. Dalle Polaroid all’arte della moda

Al Palais Galliera una mostra dedicata al fotografo. I grandi magazine, le sfilate, la serie sui rapaci.

Roversi a Parigi. Dalle Polaroid all’arte della moda

Roversi a Parigi. Dalle Polaroid all’arte della moda

Paolo Roversi celebra i suoi cinquant’anni a Parigi, dove è giunto nel 1973 da Ravenna, con una mostra notevolissima al Palais Galliera, curata dall’artista insieme a Sylvie Lécallier, in scena fino al 14 luglio prossimo, accompagnata da un bel catalogo, firmato dai curatori (Éditions Paris Musées, pp. 208, € 40).

Il percorso inizia, magnificamente, con la scoperta delle Polaroid (che reca il suo stesso anno di nascita, una identificazione che ha portato al conio dell’espressione “paoloroid”), utilizzate con tecniche diverse da quelle usuali, cogliendo l’attimo di una storia, nel corso di lunghe sedute, assai calme, con tempi da studio d’artista, più che da grande produzione di moda.

Dal 1975, dopo l’apprendistato con Laurence Sackman (e il rifiuto di Guy Bourdin di prenderlo come assistente per via del suo segno zodiacale), iniziano le collaborazioni con i grandi magazine parigini, a partire dal 1975 quando pubblica la prima foto su Elle, passando poi a Depêche Mode, Vogue, Egoïste e infinite altre testate. I marchi sono quelli a cui il suo obiettivo è stato legato, Comme des garçons, a cui ha legato il suo nome con continuità dal 1982 (stupende le immagini con Audrey Marnay), Romeo Gigli, Yohji Yamamoto (memorabile il ritratto di Sasha del 1985, virato in rosso e blu).

Al di là delle committenze delle maisons Roversi è straordinario quando sperimenta, come nella magnifica serie con Sheila Hicks, come spesso in queste immagini, si tratta di stampe a pigmenti su carta baritata, aggiungendo anche fibre naturali.

Magnifico lo scatto del 2006 di John Galliano, con in testa un cilindro da dandy e i baffi disegnati, che fotografa il talento strepitoso e l’attrazione per il baratro di uno dei più grandi creatori di moda degli ultimi decenni.

Un bell’autoritratto del 2011 (stampa cromogenica su carta Fujiflex) insieme alla fedele macchina fotografica inserisce un altro filo importante che è quello della rappresentazione degli strumenti del mestiere, che diventano oggetto di rappresentazione, come nel caso di Obiettivo (2002) e Telaio (2004).

Tra le serie più belle è quella dedicata ai rapaci, a cui ha dedicato il notevole libro Des Oiseaux (2023). Una civetta burbera, che sembra tratta da un manuale di ornitologia ottocentesco, va insieme a un vivissimo e dolente falcone incapucciato. Gli uccelli e le modelle sono rappresentati come attori di un teatro dell’immaginazione, che può prendere luogo in un bosco, in una voliera o su una passerella.

Alcune top model, protagoniste di un’epoca oggi tramontate, nello sguardo di Roversi prendono altre dimensioni, rivelano aspetti meno prevedibili della loro immagine. Naomi Campbell, abbigliata da Galliano (1997) è un idolo, una foto del 1996 la ritrae come novella Josephine Baker, quasi nuda di fronte all’obiettivo, in un omaggio di grande forza visiva a una celebrata icona del Novecento.

Non da meno una stupenda Kate Moss del 1993 che sembra arrivare dritta dritta dalle feste del grande Gatsby. Ogni scatto è quindi una occasione narrativa, un frammento di una storia personale che dura da quando Roversi ha scattato le prime foto: in mostra ce n’è una del 1956, Maria, con una ragazza in abito da sera davanti a un armadio settecentesco: una icona che dialoga con certi quadri dell’epoca di Fabrizio Clerici e di Léonor Fini.