Quando l’Ariston nel ’77 diventò una magic box

Dietro gli sfavillii del Teatro Ariston che dal 1977 ospita il Festival c’è una lunga tradizione di famiglia, quella dei...

Dietro gli sfavillii del Teatro Ariston che dal 1977 ospita il Festival c’è una lunga tradizione di famiglia, quella dei Vacchino che dai primi del Novecento gestiscono sale cinematografiche in quel di Sanremo cavalcando il boom della settima arte e che con Aristide, padre dell’attuale patron Walter, fonda la prima multisala al mondo. Era il 1963, ma la liaison con il festival inizia per caso nel 1977 quando venne dichiarato inagibile il giardino d’inverno del Casinò e si chiese ospitalità ’provvisoria’ all’Ariston.

L’epopea della ’scatola magica’ la racconta in prima persona Vacchino stesso che con Luca Ammirati ha scritto ’Ariston’ (Salani Editore) per ripercorrere 60 anni di gloria (tra eventi ospitati e produzioni proprie) all’ombra della settimana che accende tutti i riflettori sulla sala del ponente ligure. "Nel ’94 l’abbiamo ampliata per venire incontro alle esigenze di spazio crescenti perché noi e il festival ci siamo reciprocamente adattati. Quest’anno, per esempio, torna anche la sala stampa nella conformazione originaria dopo gli anni del Covid e la manifestazione diventa ancora più diffusa in tutta la città, dalla nave in rada a piazza Colombo".

Lei ha visto dalle prime edizioni quando in una settimana si montavano e smontavano le scenografie e la domenica l’Aristion tornava a essere cinema all’attuale dimensione kolossal. Che cosa l’affascina di più?

"Il lavoro dello scenografo che ogni anno deve interpretare lo spirito dei tempi facendo una summa efficace di immagini e suono. Poi dentro quel contenitore si succedono brani che possono o meno incontrare il gusto personale. Diciamo che se devo citare una canzone dico ’Papaveri e papere’, socialmente e politicamente impegnata e tuttora attualissima".

Che cosa ha fatto riemergere dall’oscurità un Festival che pareva destinato al declino a metà anni Settanta?

"Volontà, passione, amore per il fare, la sfida di un lavoro di squadra che ha creato negli anni rapporti personali e d’affetto che vanno oltre la professione. Mi sento parte della famiglia di Gaetano Castelli, ma mi legano sentimenti ed emozioni anche al regista Vicario, a Pippo Baudo, a Carlo Conti, allo stesso Amadeus. L’obiettivo di tutti è il successo e storicamente vanno aggiunti nel novero Ravera, Aragozzini, Mario Maffucci. Tutti accomunati dalla volontà non di difendere una poltrona ma di allargare la platea del festival che ora ha palcoscenici infiniti oltre all’Ariston: le radio, la carta stampata, oggi anche il digitale".

Lorella Bolelli

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