Bob Marley in campo: la sua specialità era il tackle
Bob Marley in campo: la sua specialità era il tackle
di Matteo Massi Gli ultimi quattro anni della sua vita e quella magnifica ossessione chiamata calcio. "Se non avessi fatto il cantante, sarei diventato un calciatore". Lo ripeteva, in continuazione, Bob Marley. Anche in quell’estate del 1980, 27 giugno, quando stava per salire sul palco allestito a San Siro, un tempio del calcio. Il suo primo concerto italiano (il giorno dopo avrebbe replicato a Torino) che in quella notte era già storia. Lo stadio era pieno. E lui aveva calpestato, con devozione, l’erba di San Siro. Dato qualche calcio a un pallone che era compagno inseparabile, tanto quanto la sua chitarra Gibson Les Paul Special, nei tour in giro del mondo, e poi era salito sul palco. Stava vivendo il suo ultimo anno. Non sapeva ancora che stava andando incontro alla morte. E quell’alluce che faceva sempre più male, non sembrava fosse un problema. Invece lo era. Nel 1977, sulle note profetiche di Exodus, si era trasferito...

di Matteo Massi

Gli ultimi quattro anni della sua vita e quella magnifica ossessione chiamata calcio. "Se non avessi fatto il cantante, sarei diventato un calciatore". Lo ripeteva, in continuazione, Bob Marley. Anche in quell’estate del 1980, 27 giugno, quando stava per salire sul palco allestito a San Siro, un tempio del calcio. Il suo primo concerto italiano (il giorno dopo avrebbe replicato a Torino) che in quella notte era già storia. Lo stadio era pieno. E lui aveva calpestato, con devozione, l’erba di San Siro. Dato qualche calcio a un pallone che era compagno inseparabile, tanto quanto la sua chitarra Gibson Les Paul Special, nei tour in giro del mondo, e poi era salito sul palco. Stava vivendo il suo ultimo anno. Non sapeva ancora che stava andando incontro alla morte. E quell’alluce che faceva sempre più male, non sembrava fosse un problema. Invece lo era.

Nel 1977, sulle note profetiche di Exodus, si era trasferito a Londra, dopo essere scampato a un attentato nella sua Kingston, in cui rimase ferita anche la moglie. Aveva scelto il quartiere di Chelsea: il Chelsea, quello calcistico, non era ancora quello ipertrofico e vincente, alimentato dai petrolrubli di Abramovich. E lui più che altro si stava appassionando a un’altra squadra di Londra: il Tottenham. Un anno dopo, era già il 1978, sarebbe arrivato a giocare lì Osvaldo Ardiles, argentino, architrave dell’Argentina che aveva appena vinto il mondiale. E attore, nell’anno della morte di Marley, in Fuga per la vittoria, dove recitava anche Pelè, l’idolo giovanile di Bob. Ardiles rappresentava per Marley la sintesi del calciatore: cuore caldo e piedi a disposizione della squadra.

Il Marley calciatore, così raccontano, provava a concedersi virtuosismi: suola sopra il pallone e via pronto per un dribbling. Anche se il tackle era ciò che gli riusciva meglio. Un centrocampista che non si tirava mai indietro. La dedizione c’era ed era sempre stato così. Sin da quando era piccolo e passava le sue giornate, dall’alba alla sera, in un campetto polveroso di Trenchtown, sobborgo di Kingston (Giamaica), a prendere a calci un pallone.

Il sogno allora era giocare nella Boy’s Town. Che non era proprio la Juventus del campionato giamaicano. Squadra media, ma affascinante. Un sogno, appunto. E non potendo giocare in una squadra vera e propria, ne allestirà lui un paio. Una su tutte: la House of Dread Football Club, un mucchio selvaggio di musicisti rasta e reggae (tra cui anche i Wailers) e qualche infiltrato di successo. Come quello che lui aveva scelto come suo preparatore atletico: all’anagrafe Allan “Skill“ Cole, uno dei calciatori giamaicani più celebri.

Un pomeriggio del 1977, con la sua House of Dread Football Club, Marley va in giro per Chelsea a cercare un campo dove giocare a calcio. Trova a un centinaio di metri da casa il Battersea Park. Accarezza il pallone e dice ai suoi: "Contro chi giochiamo?". Dall’altra parte un gruppo di persone, poco raccomandabili. I sodali gli dicono: "Quelli sono del National Front, i fascisti inglesi". E lui: "Perfetto, sfidiamoli".

La partita – dalle poche testimonianze dell’epoca – viene considerata epica. Sulle qualità calcistiche di Marley, invece, i giudizi divergono. Henri Michel, che avrebbe realizzato in panchina (allenando in serie Camerun, Marocco e Costa D’Avorio) il progetto Africa Unite di Marley, lo affronta da avversario. Michel è una delle star del Nantes, fresco di scudetto francese (1980). "Sono arrivati con quegli occhi tutti arrossati – racconta lo stesso Michel, morto qualche anno fa – dopo essersi fumati dei siluri. Non li conoscevamo come artisti, ma come calciatori non hanno sfigurato. E anche Marley era uno che non mollava". Non mollava, appunto. Come il suo idolo Ardiles, che gli regalò la maglia del Tottenham.

Ma se i francesi erano più buoni con i giudizi sul Marley calciatore, i brasiliani gli perdonarono poco o nulla. In un tour in Brasile affrontò su un campo da calcio anche Chico Buarque e Toquinho. Che fecero capire come sull’impegno di Marley non ci fosse nulla da obiettare, ma la tecnica, quella era un’altra cosa: o ce l’hai o non ce l’hai.

A quarant’anni dalla morte di quello che fu più che il papà del reggae, una vera propria leggenda, anche il calcio a suo modo lo ricorda. L’Ajax, la squadra di calcio di Amsterdam, domani presenterà una maglietta da gioco in suo onore. Da diversi anni ormai, la canzone della squadra che riecheggia in tutta l’Amsterdam Arena è la sua Three little birds. "Don’t worry about a thing, ’cause every little thing gonna be alright". Come in quelle (certe) notti del tour del 1980, le ultime sui palchi di mezzo mondo. Stava andando incontro alla morte. Senza paura. Come in un tackle.