di Giovanni Bogani Una donna minuta, dalla pelle bianchissima e dalla voce sottile, in completo rosso fuoco. Arriva nella sala Bunuel del Palazzo del cinema, scarpe nere, tacco altissimo. E racconta qualche cosa che tutte le aspiranti attrici dovrebbero sentire. Lei è una delle leggende del cinema mondiale. È l’unica attrice ad aver vinto due volte il premio come miglior attrice a Cannes – per Violette Nozière nel 1978 e per La pianista nel 2001 –, ad aver vinto per due volte la coppa Volpi alla Mostra del cinema di Venezia. E ancora, un Orso d’argento a Berlino, un Golden Globe, una nomination agli Oscar, un Leone d’oro alla carriera. È Isabelle Huppert. "Niente mi intimidisce", dice durante l’incontro. Lo avevi intuito,...

di Giovanni Bogani

Una donna minuta, dalla pelle bianchissima e dalla voce sottile, in completo rosso fuoco. Arriva nella sala Bunuel del Palazzo del cinema, scarpe nere, tacco altissimo. E racconta qualche cosa che tutte le aspiranti attrici dovrebbero sentire.

Lei è una delle leggende del cinema mondiale. È l’unica attrice ad aver vinto due volte il premio come miglior attrice a Cannes – per Violette Nozière nel 1978 e per La pianista nel 2001 –, ad aver vinto per due volte la coppa Volpi alla Mostra del cinema di Venezia. E ancora, un Orso d’argento a Berlino, un Golden Globe, una nomination agli Oscar, un Leone d’oro alla carriera. È Isabelle Huppert.

"Niente mi intimidisce", dice durante l’incontro. Lo avevi intuito, dallo scintillio di una carriera costruita senza paura. Ha tratteggiato donne inquiete, tormentate, sensuali, spigolose, lucidissime. Capaci di sentimenti folli e devastanti, o imprigionate nel ghiaccio delle emozioni.

Un professionismo maniacale, il suo: per il film La pianista, ha ripreso gli studi di pianoforte per un anno intero, prima che si battesse il primo ciak, per poter suonare davvero i brani del film.

E fra un film e l’altro, i successi a teatro: l’ultimo una settimana fa, quando ha aperto il prestigioso festival di Avignone, con una versione inedita del Giardino dei ciliegi di Cechov.

C’è anche l’Italia, nel suo percorso eccezionale. Fra i film che ha interpretato – con Chabrol, Tavernier, Godard, Haneke – ci sono anche quelli girati con Marco Bellocchio, con i Taviani, con Marco Ferreri.

Fino a Michele Placido, che la ha diretta in L’ombra di Caravaggio, girato a Napoli lo scorso autunno. In quel film, Isabelle ha recitato con la figlia, Lolita Chammah, nata dal suo matrimonio col regista e scrittore Ronald Chammah. Ieri, in un Rendez vous da tutto esaurito, fin da prima che il festival iniziasse, Isabelle Huppert ha raccontato se stessa, e la sua strada nel cinema. Oltre cento film, oltre cento premi internazionali.

Riesce ancora a emozionarsi, in questo lavoro?

"Sì. Mi emoziona la voglia di sorprendere me stessa, quando entro nei personaggi e do loro vita. Mi emoziona mantenermi sul filo fra quello che si vede e quello che non si vede, quello che si dice e quello che non si dice. Questo, per me, è il lavoro dell’attore. Puro piacere".

Cosa è che cerca, quando affronta un personaggio?

"Cerco di evitare la banalità, le vie convenzionali. Cerco di essere credibile nelle situazioni più improbabili. E trattenere le emozioni, mai aggiungere: semmai togliere. Non cercare mai di strafare".

Come fa ad essere sempre così intensa?

"Il mio mantra è ‘qui e ora’, vivere ciò che sta accadendo sul set in quel momento. Solo in questo modo puoi sorprendere anche te stessa".

Ha lavorato con tutti i più grandi registi del mondo. saprebbe indicare il suo preferito?

"Mi viene in mente Michael Haneke. La pianista è uno dei film che amo di più. Con lui non si può mentire: i suoi film sono un concentrato di verità".

La parola chiave del suo lavoro di attrice?

"Libertà. Sentire che si può fare tutto, che si può sperimentare tutto, all’interno di un grande sforzo corale, che è quello del cinema, anche quando si gira un film con due personaggi soltanto".

Che cosa ama, parallelamente, nel teatro?

"Il fatto che ogni sera si impara qualcosa di nuovo. E amo tutto quello che c’è di inatteso, il vuoto di memoria, la risata che non riesci a contenere, il suo aspetto ‘live’. È questo che lo rende così bello".

Finisce l’incontro, in un attimo cambia look, e corre a vedere Aline, il biopic su Celine Dion. Perché, anche se sei la più grande, non si finisce mai di imparare. O forse, è proprio quello il segreto della grandezza.