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6 mag 2022

I Fenici guardavano le stelle dall’acqua

Scoperto l’osservatorio astronomico in Sicilia, nel sito archeologico di Motya: la piscina nel tempio funzionava come lo specchio del cielo

6 mag 2022
aristide
Magazine
Motya: veduta del “kothon“ restaurato con una replica della statua di Ba’al, il dio fenicio della tempesta, al centro
Motya: veduta del “kothon“ restaurato con una replica della statua di Ba’al, il dio fenicio della tempesta, al centro
Motya: veduta del “kothon“ restaurato con una replica della statua di Ba’al, il dio fenicio della tempesta, al centro
Motya: veduta del “kothon“ restaurato con una replica della statua di Ba’al, il dio fenicio della tempesta, al centro
Motya: veduta del “kothon“ restaurato con una replica della statua di Ba’al, il dio fenicio della tempesta, al centro
Motya: veduta del “kothon“ restaurato con una replica della statua di Ba’al, il dio fenicio della tempesta, al centro

di Aristide Malnati Invocare gli dei e studiare remote costellazioni, osservando la loro immagine riflessa nell’acqua. È questo il senso di un’eccezionale scoperta che gli archeologi hanno fatto a Motya, ovvero Mozia, un sito fenicio della prima metà del primo millennio a. C. posto sull’isola di San Pantaleo, nello Stagnone di Marsala, di fronte alla costa occidentale della Sicilia, tra l’Isola Grande e la terraferma (provincia di Trapani). I fenici – come hanno ben mostrato gli storici – furono abili navigatori e a partire dal IX-VIII secolo a. C. fondarono colonie in tutto il Mediterraneo in modo da avere basi e porti sicuri per i loro commerci: tra esse il centro urbano più celebre fu certamente Cartagine, vera e propria cittadella fortificata, sconfitta da Roma, sua acerrima rivale, solo al termine di aspri conflitti bellici (le famose guerre puniche: Cartagine venne distrutta nel 202 a. C. dalle legioni di Scipione l’africano). Ebbene Motya è uno tra i più potenti complessi urbani fenici sul mare ed è quindi dotata di un porto, riparo sicuro per le navi mercantili che solcavano il Mediterraneo con i loro carichi preziosi per l’import-export dell’epoca. Il sito, la cui esplorazione sistematica fu iniziata nel 1873 nientemeno che da Heinrich Schliemann, fresco reduce dalla scoperta di Troia in Asia minore, anno dopo anno ha rivelato i resti di un agglomerato sontuoso con vestigia di abitazioni anche eleganti, di santuari e templi, per lo più romani (dal II sec. a. C. Motya passò sotto l’Urbe), e un notevole complesso portuale, identificato per la prima volta negli anni ‘20 del secolo scorso. Scavi sistematici a partire dal 2009, diretti dal professor Lorenzo Nigro, docente di Archeologia alla Sapienza di Roma, hanno precisato meglio questa antica struttura, risalente al VII secolo a. C.: non si tratta in realtà di un “kothon”, una ...

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