Manifestanti dopo la morte di George Floyd
Manifestanti dopo la morte di George Floyd

Il consiglio comunale della città di Minneapolis ha deciso di pagare alcuni influencer per divulgare attraverso le loro piattaforme social "messaggi approvati" nel periodo in cui si svolgerà il processo per l'omicidio dell'afroamericano George Floyd. Una conferma della capacità di alcune personalità dei nuovi media di farsi ascoltare da determinate comunità, capacità maggiore rispetto a quella dei tradizionali mezzi di comunicazione. Ma anche un'iniziativa che sta creando un certo dibattito fra gli attivisti.


L'omicidio di George Floyd

La morte del 46enne Goerge Floyd, avvenuta il 25 maggio 2020, ha rinnovato l'indignazione che da anni attraversa gli Stati Uniti riguardo la brutalità della polizia, in particolare nei confronti dei cittadini afroamericani. Le foto e le immagini subito circolate sui social network mostravano un poliziotto bianco, Derek Chauvin, utilizzare il proprio ginocchio per immobilizzare a terra Floyd, facendo pressione sul collo. Operazione proseguita per oltre otto minuti e che si è conclusa con la morte del fermato in seguito a un arresto cardiopolmonare. A partire dall'8 marzo 2021, salvo slittamenti dell'ultimo minuto causa pandemia di Coronavirus, inizierà il processo a carico di Derek Chauvin. Si temono manifestazioni, che potrebbero aiutare la diffusione della malattia, e nella peggiore delle ipotesi anche scontri con le forze dell'ordine.

Il ruolo dei social media e degli influencer

La morte di Floyd portò a numerose proteste pubbliche in tutti gli Stati Uniti. Quelle di Minneapolis furono caratterizzate anche dalla disinformazione circolata soprattutto su Facebook e volta a creare panico nei confronti dei manifestanti. Per esempio, è un dato accertato che la falsa notizia di bus carichi di malintenzionati rivoltosi abbia spinto alcuni cittadini bianchi a organizzare ronde armate, in almeno un caso fermando e minacciando una famiglia di colore che stava viaggiando a bordo della propria automobile.

Da qui la preoccupazione, da parte del consiglio comunale di Minneapolis, che il fenomeno possa ripetersi. Per questo motivo è stato deciso di identificare sei influencer particolarmente rispettati nelle comunità afroamericane, asiatiche, latine, native americane e Hmong. Ognuna di queste persone sarà pagata duemila dollari per diffondere attraverso i propri account "messaggi approvati" dall'amministrazione cittadina.

I dubbi intorno all'iniziativa di Minneapolis

L'idea del comune ha una sua ragione d'essere, però mostra la corda in almeno due punti. Intanto, sostengono gli attivisti, pare diretta a limitare la disobbedienza civile dei manifestanti, piuttosto che evitare la diffusione di fake news sul loro conto. Una persona particolarmente stimata dagli afroamericani, per esempio, potrà certo ricordare ai suoi concittadini l'importanza delle mascherine e del distanziamento sociale, ma ha scarsissime possibilità di tranquillizzare i bianchi con un fact checking sulle bufale raccontate loro.

Il secondo aspetto che solleva dubbi e dibattito è stato ben riassunto da Michelle Gross, presidente di Communities United Against Police Brutality. In un comunicato pubblicato dal New York Times ha detto che parlare di "messaggi approvati" dall'amministrazione cittadina risponde alla volontà "di costruire e controllare una narrazione intorno al processo. E penso francamente che la gente se ne renderà conto", sostanzialmente rendendo inefficace il messaggio.