1 apr 2022

In conversazione con Ezio Greggio

La nuova edizione del suo festival. Il ricordo di Nino Manfredi. L'importanza delle commedie e lo stato del cinema. E poi l'Oscar di Paul Haggis, le parole di Mario Monicelli e la lezione di Mel Brooks. Ma non solo: anche quei pullman partiti per l'Ucraina, sperando in un lieto fine...

andrea morandi
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Ezio Greggio

La verità? Siamo passati dalla guerra ad un virus alla guerra ad un altro virus. E mi fermo qui». La battuta questa volta non va fino in fondo, si ferma a metà, rimane nell'aria, ma lui per primo sa che è giusto così. Al telefono da Monte Carlo, Ezio Greggio comincia quest'intervista raccontando a Hot Corn i preparativi per la nuova edizione del suo Monte-Carlo Film Festival de la Comédie, in partenza il 25 aprile, ma ad un certo punto la felicità per l'annuncio di un premio Oscar come Paul Haggis a presidente di Giuria, lascia spazio all'attualità. «Speriamo ci sia un lieto fine, come nei film che amiamo tanto», prosegue, «ma sappiamo bene che le cose sono molto complicate e sembra che diventino sempre più complesse». Proprio per questo motivo con la sua associazione ha deciso di inviare  una serie di pullman in Ucraina a portare profughi in Italia. «Perché? Ma no, non c'è un perché. Ho fatto solo quello che mi hanno insegnato mio padre e mia madre. Sono un privilegiato, posso aiutare e lo farò finché posso...». 

L'idea è quella di costruire un ponte...

«Sì, un ponte con i pullman per portare in salvo tante persone e dare loro una speranza di fuggire dall’orrore della guerra. In attesa che il dramma finisca e possano tornare in Ucraina...».

Parliamo di cinema? 

«Sì, vai. Sono pronto».

Partiamo da una domanda inevitabile: ma il cinema come sta?

«La verità è che la pandemia in questi due anni ha fiaccato tutti con misure di sicurezza e lockdown: esercenti, distributori, produttori, festival. In realtà credo ci sia stata anche un'esagerazione: le sale dei cinema erano tra i luoghi più sicuri, non andavano chiuse com'è stato fatto. Per evitare problemi hanno tagliato tutto: pianta e radici». 

E adesso da dove si riparte?

«Il cinema è già ripartito, vediamo i numeri, l'uscita dei grandi blockbuster. La gente sta tornando in sala e va aiutata a riabituarsi alla sala». 

Quest'anno celebrate la diciannovesima edizione del Monte-Carlo Film Festival de la Comédie. Che effetto fa?

«Bellissimo, fa un effetto bellissimo. Penso a Mario Monicelli, che nel 2001 accettò di lanciarsi con me in quest'impresa. Ricordo quando mi guardava e sorrideva felice, dicendomi: "Ma lo sai che stai facendo proprio una bella cosa?". Fu importante avere lui vicino. Capì il senso profondo di dedicare un festival solo alle commedie».

E quest'anno, dopo Claude Lelouch e Nick Vallelona, un altro premio Oscar: Paul Haggis.

«Grande regista con cui ci siamo conosciuti a Los Angeles e ci siamo trovati subito benissimo. Si è creata l'opportunità e ha accettato volentieri. Ma in giuria avremo anche altri personaggi stranieri come María Isabel Díaz Lago, Tom Leeb, Clara Ponsot e in concorso film da Colombia, Spagna, Germania, Canada e Svezia. Ci ho sempre tenuto all'internazionalità del festival».

Oggi la commedia è più considerata?

«Sicuramente. Vent'anni fa ai festival era impossibile trovarne una, adesso gli effetti si vedono anche a Cannes, a Venezia o agli Oscar. È più facile girare un grande dramma che una grande commedia. Far piangere è molto più semplice che far ridere e io sono contento di aver usato un po' della mia popolarità per lanciare questo festival». 

Festival che spesso centra i titoli: Un Anno con Godot, presentato in anteprima nel 2020. ha vinto l'EFA per la miglior commedia europea.

“Esattamente. Un triomphe, in originale, diretto da Emmanuel Courcol, interpretato da Kad Merad. Ma non solo: anche Morto Stalin, se ne fa un altro di Armando Iannucci partì proprio da qui prima di vincere lo stesso premio nel 2018.

Pochi mesi fa se n'è andato un altro amico del festival: Peter Bogdanovich.

«Che proprio a Monte-Carlo portò il suo ultimo film, Tutto può accadere a Broadway. Peter era fantastico: ti vedevi per un caffè e finiva che a pranzo eri ancora lì a parlare di film e attori...».

Un ricordo che non cancellerà mai?

«Nino. Nino Manfredi. Era il 2002, lui era già malato. Chiamo Erminia, la moglie, e le dico: “Fai conto che sto chiamando Nino come chiamerei mio padre. Se viene al festival lo tratterò come se venisse mio padre”. La convinsi. Lui non era in grande forma, ma si fidò e salì con me in scena per la serata finale. C'erano tremila persone. Come spesso accade a chi fa questo mestiere, una volta salito sul palco venne assalito da un'onda di entusiasmo. Prima si commosse, poi cominciò a raccontare aneddoti e andò avanti mezz'ora. Preparai anche un balletto e uscirono tre attori vestiti da frate a cantare Viva viva Sant’Eusebio. Ricordo ancora la cena dopo lo spettacolo. Era felicissimo. Mi guardava e sorrideva. Come fai a dimenticare una cosa del genere?»

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