Venerdì 24 Maggio 2024
ELETTRA BERNACCHINI
Cinema e Serie Tv

Susanna Nicchiarelli: "Bisogna finanziare il cinema assumendosi dei rischi"

Folgorata da Sofia Coppola e dal fumetto 'Maus', ha raccontato l'autoaffermazione femminile quando nessuno lo faceva. In arrivo la sua nuova serie 'Fuochi d'artificio'

Il Premio Ludovico Alessandrini assegnato alla regista Susanna Nicchiarelli

Il Premio Ludovico Alessandrini assegnato alla regista Susanna Nicchiarelli

Incontriamo la regista romana, classe 1975, a Recanati. Sta per ricevere il Premio Ludovico Alessandrini per il Cinema di Poesia, giunto alla sua XII edizione, riconoscimento avuto tra gli altri da Franco Piavoli, Francesca Archibugi, Gianni Amelio, Alice Rohrwacher. Per Susanna Nicchiarelli è l'occasione per fare un punto su una carriera ormai ventennale, da 'I diari della Sacher' (2001) di Nanni Moretti, il segmento 'Ca cri do bo', passando per il corto 'Sputnik 5' e l'esordio al lungometraggio 'Cosmonauta', entrambi nel 2009 ed entrambi vincitori alla Mostra di Venezia, Nastro d'argento nella rispettiva categoria il primo e premio Controcampo il secondo. Da ultimo i film 'Nico, 1988' (2017) - sempre a Venezia premiato nella sezione Orizzonti -, 'Miss Marx' (2020), 'Chiara' (2022). Susanna Nicchiarelli: "Ho concluso una trilogia, in un certo senso. Ora ho bisogno di fare "qualcosa di completamente diverso", come i Monty Python" (l'omonimo film del gruppo comico britannico è del 1971).

Nicchiarelli, valutazioni in retrospettiva?

"Non voglio lamentarmi: senza dubbio la parte più difficile è l'inizio, quando hai paura di non riuscire a fare questo mestiere. È molto bello poi quando cominci a vivere del tuo lavoro e arrivano i primi riconoscimenti, anche se poi vuoi sempre qualcosa in più. Ora sono in quella fase in cui vorresti fare cose sempre più belle e avere sempre più riconoscimenti. Al tempo stesso ti interroghi sul passo successivo sotto tanti punti di vista, sia artistico sia rispetto al rapporto col pubblico, con le nuove generazioni e con la tua generazione, con gli altri registi. É un momento importante".

Fine 1980, gli ultimi due anni di vita della cantante tedesca Christa Päffgen, ex-voce dei Velvet Underground, nota ai più come Nico. Fine 1800, la biografia di Eleanor Marx, figlia minore del filosofo ed economista tedesco autore di 'Il Capitale'. XIII secolo, la giovane Chiara d'Assisi si avvicina all'amico Francesco e inizia il percorso di riflessione che la condurrà a scrivere la prima regola redatta da una donna. Dove nasce l'interesse per le queste figure femminili incastonate, ognuna a modo loro, nella Storia?

"Non sono partita programmaticamente con l'idea di cercare figure femminili interessanti – per altro all'epoca di 'Nico, 1988' nessuno trattava questo tema, oggi lo fanno tutti. Parto dall'innamoramento per un personaggio nel quale cerco me stessa. In queste tre donne vedevo sia punti di contatto sia zone d'ombra molto lontane da me. Per Nico ed Eleanor Marx, ad esempio, l'auto-distruttività: la prima è un'eroinomane, cosa che a me spaventa molto, la seconda alla fine si suicida, io al contrario sono attaccatissima alla vita. D'altra parte, Eleanor è appassionata di filosofia, io ho studiato Filosofia, con Nico ho in comune l'amore per la musica e il rapporto con l'arte. Chiara invece aveva la fede in Dio che a me sfugge completamente, la santità e cioè niente di più lontano da me, ma al tempo stesso l'avere un progetto, la volontà di costruire una comunità, essere dalla parte degli ultimi, affermarsi in un mondo di uomini come quello della Chiesa: tutto questo lo condivido”.

Un altro sguardo cinematografico femminile che le piace?

“Sofia Coppola mi ha influenzata profondamente e mi ha dato speranza. 'Maria Antonietta' (2006) mi ha folgorato. Ricordo di essere andata a vederlo con degli amici e usciti dalla sola loro erano un po' dubbiosi. Io pensavo: "Come è possibile non capire l'importanza di quello che ha fatto, scegliere forse una delle figure più bersagliate dalla misoginia della storia e averla raccontata in quel mondo". Ma anche la comicità e semplicità di 'Lost in Translation' (2003)”.

Il prossimo autunno dovrebbe arrivare su Rai 1 la serie in sei puntante 'Fuochi d'artificio': è ambientata durante la Resistenza e i protagonisti sono dei ragazzini, in particolare Marta che ha 12 anni. Nel bagaglio ha anche una serie uscita si Netflix, 'Luna nera' (2020). Cosa cambia per lei tra film e serialità?

"In una serie accadono molte più cose, il pubblico cui ti rivolgi è molto più ampio e potenzialmente più distratto, quindi c'è bisogno di accompagnare le persone più a lungo nel racconto: per me è un po' come girare un lunghissimo film. Per 'Luna nera' ho diretto un materiale scritto da altre (Francesca Manieri, Laura Paolucci e Tiziana Triana che è anche autrice del libro 'Le città perdute' cui la serie si ispira) mentre in 'Fuochi d'artificio', di cui ho anche scritto le sceneggiature insieme a Marianna Cappi, ho avuto il controllo su tutto il prodotto. Due esperienze entrambe formative e interessanti. Del mio lavoro amo proprio il fatto che sei costretta a confrontarti, non potrei mai lavorare da sola. Poi magari si litiga, però sono sempre occasioni di crescita ed è bellissimo avere una squadra, qualcuno con cui festeggiare se le cose vanno bene o piangere se vanno male”.

Cosa guardava da giovane?

"Da bambina ho amato moltissimo il cinema degli anni Ottanta, Spielberg. Io poi ho fatto proprio la scuola americana a Roma ai tempi della presidenza Reagan, sono cresciuta in Italia ma con il mito degli Stati Uniti – anche se poi sono approdata su idee lontanissime. Un po' il contrario della bambina di 'Cosmonauta', Luciana, che cresce con il mito dell'Unione Sovietica. Ho conosciuto il cinema d'autore quando ero più grande, intorno ai 17/18 anni. In particolare quando sono andata a studiare a Parigi ho scoperto Pasolini e Truffaut, ho recuperato tutto Fellini nei cinema del quartiere latino (zona a cavallo tra V e VI arrondissement)”.

Letture?

“Ho amato molto i fumetti, 'Peanuts' e 'Asterix' poi in Francia ho scoperto 'Calvin & Hobbes' di Bill Watterson o 'Maus' di Art Spiegelman che è stata un'altra folgorazione con il suo linguaggio straniante. Credo che la costruzione del racconto del fumetto, con il suo montaggio e le sue inquadrature, abbia influenzato profondamente il mio racconto cinematografico”.

Il suo rapporto con le critiche?

"Difficile, le critiche fanno sempre molto male. Ammiro i registi che si difendono, che rispondono: ‘Tu non hai capito’. Io invece mi disintegro perché vorrei piacere a tutti. Ricordo però una cosa che ha detto Nico in un'intervista, che probabilmente è uno dei motivi per cui ho fatto un film su di lei: "Io sono selettiva nei confronti del mio pubblico, devo piacere alla gente che piace a me". Mi ha molto stupito perché io invece sono alla costante ricerca di consenso. Quindi le critiche mi devastano, poi a un certo punto arrivano le cose positive che mi ridanno ossigeno e nel tempo riesco a elaborare una mia idea del film che ho fatto. La lezione più importante che ho imparato in questi anni è che non esistono né il successo puro né il fallimento puro: ci sono sempre delle articolazioni tra questi due estremi. È necessario sapersi misurare con questo continuando a crescere senza avere paura del fallimento e senza cercare il successo, due cose che nel processo creativo ti danneggiano”.

E’ diplomata al Centro sperimentale di Roma e tutt'oggi insegna e fa colloqui alle selezioni dei nuovi aspiranti registi. C'è qualcosa che nota nelle nuove generazioni?

"Ai tempi del mio esame d'ammissione le telecamere non erano come quelle attuali, giravi in pellicola e costava tantissimo. Con la tecnologia disponibile oggi è incredibilmente facile fare immagini belle. Ai miei studenti faccio sempre vedere 'Cinico tv' di Ciprì e Maresco (programma tv satirico, in onda sulla Rai tra il 1992 e il 1996) e dico: "Questa era un'immagine brutta, ma aveva uno sguardo potentissimo. Non cercate di fare immagini belle". Questa è forse la trappola in cui cadono i giovani. Detto che in tutte le commissioni a un certo punto arriva il momento del "Chi siamo noi per giudicare?", eppure ci viene richiesto questo e allora io cerco qualcuno che abbia uno sguardo singolare, solo suo e di nessun altro”.

Oggi nel cinema italiano abbiamo da un lato l'incredibile successo di Paola Cortellesi, dall'altro l'allerta per il calo delle produzioni avute a inizio anno. Pensieri?

"Intanto, bisogna partire dall'idea che il cinema va finanziato prendendo dei rischi. C'è una tendenza tale per cui se qualcosa funziona, allora se ne fanno altre 10 uguali, come nel cinema americano. Ma se noi domani rifacciamo un film uguale a quello della Cortellesi, non farà mai gli stessi soldi dell'originale. C'è bisogno di un investimento pubblico verso nuove generazioni e non solo verso i grandi maestri perché non è detto che un'idea di cinema abbia subito, all'inizio del suo sviluppo, un successo commerciale. Ma è vero che gli autori che nella loro carriera hanno fatto cose poi che sono piaciute tantissimo, anche a livello internazionale e magari vincendo Oscar e Palme d'Oro, sono gli stessi che hanno iniziato in una dimensione molto piccola. Nel tempo bisognerà anche affrontare il discorso della distribuzione”.

Perché è cruciale il tema degli investimenti nell'audiovisivo in Italia?

"Siamo un Paese piccolissimo rispetto ad altri eppure abbiamo vinto e vinciamo tutt'oggi un sacco di premi, dai festival europei agli Oscar: dobbiamo esserne orgogliosi. Sostenere il settore cinematografico fa bene all'Italia non solo dal punto di vista dei posti di lavoro che crea, ma anche sotto il profilo dell'immagine che si ha nel mondo. E poi il cinema, come qualsiasi attività culturale, è qualcosa che dà senso alla vita delle persone, che crea occasioni di dibattuto e forma comunità più forti e pensanti: va finanziato, sostenuto e difeso perché fa bene all'essere umano e fa bene a tutto il Paese”.

Idee su nuove storie da raccontare?

"Non ancora. Sto digerendo tutto quello fatto finora, sto riflettendo”.

In ogni caso, sarà una serie tv o un film?

"Film, sicuramente”.

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