di Beatrice Bertuccioli Bel guaio per l’onesto professore Ottavio Camaldoli ricevere un cuore nuovo. Eh sì, perché quel cuore che gli è stato trapiantato apparteneva a un giovane criminale morto ammazzato, e i parenti pretendono che sia lui, con quel cuore in petto con cui loro continuano a parlare, a vendicare il loro caro. Con tutto il cuore, ora nei cinema, è una commedia divertente e garbata, scritta, diretta e interpretata da Vincenzo Salemme, tratta da un suo spettacolo di successo. Salemme, chi è Ottavio? "Una persona comune. Emanuele Trevi li chiama gli...

di Beatrice Bertuccioli

Bel guaio per l’onesto professore Ottavio Camaldoli ricevere un cuore nuovo. Eh sì, perché quel cuore che gli è stato trapiantato apparteneva a un giovane criminale morto ammazzato, e i parenti pretendono che sia lui, con quel cuore in petto con cui loro continuano a parlare, a vendicare il loro caro. Con tutto il cuore, ora nei cinema, è una commedia divertente e garbata, scritta, diretta e interpretata da Vincenzo Salemme, tratta da un suo spettacolo di successo.

Salemme, chi è Ottavio?

"Una persona comune. Emanuele Trevi li chiama gli ‘inermi’, cioè quelle persone che non riescono a protestare contro le piccole, continue prepotenze che ti inquinano la vita quotidiana. Lui è un uomo perbene e vorrebbe solo fare il suo lavoro senza passare per fesso, perché purtroppo c’è chi confonde la buona educazione con la dabbenaggine. Quindi, quando gli dicono che ha ricevuto il cuore di un delinquente e che forse diventerà anche lui come il suo donatore, impazzisce dalla paura ma sente anche il fascino di essere per una volta nella vita, temuto".

Un omaggio alla gente onesta e anche un contro-ritratto di Napoli?

"Esattamente. C’è il personaggio interpretato da Serena Autieri che continua a dire a Ottavio: “ma tu sei napoletano.“ E lui le risponde: ma che hanno i napoletani di diverso? Non possono essere persone semplici, serie, perbene? Come se dovessero essere sempre tutte sciocche, superficiali. E soprattutto, corrotte. I napoletani non sono una categoria a parte".

Il film è anche un omaggio agli insegnanti. Liceo classico e poi Lettere, aveva pensato di insegnare anche lei?

"Mia madre e le sue sorelle erano insegnanti. Io però avrei fatto l’avvocato, come mio padre, ma ho sempre sentito che il mio posto era sul palco. La mia prima volta al cinema fu a 5 anni, da solo. Uscii senza dire niente a nessuno e andai al cinema del mio prozio. Entrai senza che lui se ne accorgesse, perché era addormentato al botteghino. Vidi due film e poi tornai a casa, dove trovai i carabinieri e mia madre in lacrime, perché mi avevano dato per disperso. Da allora mi diedero il permesso di andare al cinema ogni volta che volevo. Nella mia vita ho visto almeno un film al giorno. Ero proprio portato a fare per questo mestiere, infatti c’era un’altra cosa che facevo da bambino".

Cosa?

"A Natale, invece di scrivere la letterina, al termine del cenone mi alzavo e recitavo i ruoli di tutti i miei parenti. Un riassunto comico di quello che gli era successo durante l’anno. Si divertivano da morire".

Tra breve sarà anche a teatro.

"Da novembre, con il mio spettacolo Napoletano? Famme ‘na pizza. Ironizzo sugli stereotipi che riguardano i napoletani, a cui spesso siamo proprio noi napoletani a volerci adeguare, diventandone prigionieri. Ci gioco per affermare che invece, ovunque uno nasca, è libero di essere ciò che vuole".