MERAVIGLIE SARDE

Cannonau è il vino rosso che ha fatto conoscere la Sardegna enoica, il Vermentino l’ha proiettata tra le più conosciute e apprezzate in Italia e all’estero. A quest’ultimo è dedicata anche l’unica DOCG regionale, Gallura, mentre le tre sottozone del Cannonau di Sardegna (Capo Ferrato, Jerzu e Nepente di Oliena) cercano di mettere in risalto le peculiarità locali. Improbo tentativo, in ragione della moltitudine di sottosuoli e microclimi dell’isola. 

Le varie denominazioni mirano a valorizzare i luoghi e i numerosi vitigni di cui è punteggiata la Sardegna: dal Girò al Monica, dal Nasco all’esclusivo Nebiolo di Luras (e dintorni). La Vernaccia di Oristano nasce in terra di eccezionale vocazione vinosa e la voluta ossidazione va ricercata nella crescita del lievito flor in botti scolme, all’origine del particolare aroma, su murrai. Davide Orro la vinifica anche per ottenere vini bianchi classici, inaugurando nuove pagine di storia. Esigui gli ettari coltivati ad Arvisionadu a Benetutti, nel Goceano, dove una Confraternita ne valorizza i vini nel corso di un’annuale rassegna. G’Oceano è il bianco della Cantina Arvisionadu, di nerbo saldo che usufruisce dell’IGT Isola dei Nuraghi. 

Tra gli altri caratteristici vitigni a bacca rossa si devono ricordare il Carignano del Sulcis (la DOC di Bentesali è da viti a piede franco con radici ben salde in terreni sabbiosi), il Bovale Sardo (maggioritario nel Mandrolisai DOC Fradiles dell’omonima azienda agricola), il Cagnulari che si concentra nell’area di Usini, una piccola Bordeaux, specie grazie all’intraprendenza della dinastia Cherchi. 

La rapida galoppata termina con un vino passito: In Fundo, Sibiola IGT di Maurizio e Adele Illotto di Serdiana, color bugizio, naso muschiato e di basilico, in bocca infinite note esperidate.

 

I VINI DEL LAZIO GRADITI AI PAPI

Del vino cecubo ne era conquistato Plinio il Vecchio: lo classificò persino migliore del vicino Falerno. Columella sosteneva la bontà delle vigne di Amyclae, sul litorale tra le attuali Fondi e Sperlonga. E fu questo il vino del conclave che elesse l’antipapa Clemente VII nel 1378. Nell’Azienda Agricola Monti Cecubi si pigiano tuttora la Serpe e l’Abbuoto, rinnovando la fama di quei bicchieri. Al nome di un papa riconosciuto, Martino IV, è invece legata la fortuna della Cannaiola di Marta. Ben note sono le righe di Dante che relegano in Purgatorio il successore di Pietro a causa dell’ingordigia di anguille, annegate appunto nel vino. Eventualità che i golosi del XXI secolo corrono visitando la Cantina di Antonio Castelli e del genero Massimo Italia. Ancora papi per enucleare il vino laziale. Fu concesso il sigillo ufficiale del Giubileo della Misericordia indetto da papa Francesco tra il 2015 e il 2016 a Eremo Tuscolano, il Frascati Superiore DOCG di Valle Vermiglia (Malvasia puntinata e di Candia, Trebbiano giallo e toscano, Bombino), restituendo autorità alle bolle vergate da papa Sergio I e ai desideri di papa Paolo III. Ma come dimenticare gli eccelsi risultati da Biancolella di Ponza, Bellone e Aleatico di Gradoli, per nulla ancillari al Cesanese, vitigno uno e trino nelle sue declinazioni di Piglio DOCG, Olevano Romano DOC e Affile DOC?.