In Lombardia, primo polo industriale d’Italia, anche il vino gode di una lunga e qualificata presenza. Basti pensare che si contano ben tre aree enologiche, con ventidue Doc e cinque Docg, che non solo restituiscono alla regione la sua originaria matrice contadina, ma ne fanno una delle più interessanti realtà nel mondo del vino. Come provano l’Oltrepò Pavese, la Franciacorta, la Valtellina, fino alla riva bresciana del Garda. Ma è la conformazione stessa della Lombardia a favorire l’indipendenza di queste isole.
E cominciamo dall’Oltrepò Pavese, che occupa la fascia collinare a sud del Po, un vasto triangolo, che si spinge per una cinquantina di chilometri in Liguria, Piemonte ed Emilia, o meglio verso Genova, Alessandria e Piacenza. Qui il Ticino ha ormai mescolato le sue acque col Po e le colline intorno sono uno straordinario trionfo di vigneti. Patria da sempre di vini beverini e vivaci (si pensi alla Bonarda), che hanno alimentato per secoli un florido mercato anche al di là della regione, oggi sta emergendo come uno dei territori più vocati al mondo per la produzione di Pinot Nero di qualità. Altro vitigno di larga diffusione è il Riesling, che privilegia climi asciutti e terreni collinari. Alimenta varie tipologie – frizzante, spumante, superiore e riserva – e vanta antiche origini. Tra i bianchi non va trascurato il Cortese, il più “tranquillo” e popolare dei vini dell’Oltrepò, quantomai versatile e a tutto pasto.


La Valtellina “fa vini potenti ed assai”, ha scritto Leonardo da Vinci. E il giudizio è ancora attuale. La Valle è quella dell’Adda, a nord del lago di Como, e corre stretta per centoventi chilometri in un ambiente carico di storia, con paesaggi e strutture tipicamente alpine. Una sorta di budello, dove i monti sono schierati sui due versanti. Quei monti dai quali la fatica dell’uomo ha ricavato, nei secoli, una serie di terrazzamenti, a loro volta delimitati da una precisa geometria di muretti a secco. I quali si estendono per oltre 2500 chilometri e rappresentano un impianto singolare nel suo genere, che l’Unesco intende tutelare.Qui nasce lo Sfursat, uno di quei vini che fanno la storia della nostra enologia. Il nome è legato alla forzatura cui viene sottoposta l’uva Chiavennasca (il Nebbiolo della Valtellina), fatta appassire a lungo prima della pigiatura per concentrare al massimo il quoziente zuccherino. I terreni vitati superano gli ottanta ettari, purtroppo divisi fra oltre duemila produttori, e questo prova quanto povera e frammentata fosse in passato l’economia della Valle. Di qui il Consorzio di Tutela, nato allo scopo di garantire un unico standard di qualità, al quale si è aggiunta la Cooperativa Viticoltori, con un rigoroso codice di comportamento per la gestione dei vigneti. C’è da chiedersi se sia l’uva o la fede l’icona della Valtellina. E se l’occhio sia più attratto dalla scenografia dei muretti a secco, o dalla selva di campanili, chiese, edicole votive, croci, affreschi sacri, sparsi a piene mani in tutta la Valle. Sono le due facce di un paesaggio che non ha confronti. L’areale più vocato è quello del Sassella, Grumello, Inferno e Valgella.
Il vino in Franciacorta ha origini remote. La geografia dei luoghi è tutta raccolta in un suggestivo quadrilatero – dal lago a Ospitaletto, dalla riva dell’Oglio a Navezze – ed è terra da sempre vocata a vitigni di qualità, da cui la sapienza dell’uomo ha ricavato grandi vini. Il territorio si è costruito una sua identità per la produzione di quei vini Metodo Classico, che hanno alimentato il florido mercato del Franciacorta Docg. Le Cantine del territorio hanno colto con anticipo, nei primi anni Ottanta, i nuovi orientamenti del gusto in fatto di vini. L’uvaggio del Franciacorta è lo stesso di quello dello Champagne. Vale a dire Chardonnay e Pinot Noir, con la sola sostituzione del Pinot Meunier con il Pinot Bianco. Per il resto, rigorosa rifermentazione in bottiglia, unico metodo consentito per la presa di spuma.