Roma, 9 aprile 2021 - Con la scomparsa di Filippo, duca di Edimburgo, marito della Regina Elisabetta II, se ne va una popolare figura dell’immaginario collettivo dell’intero Occidente. Filippo era il principe per definizione, consorte della sovrana del Regno Unito, perpetua icona della regalità. Era dal 20 novembre 1947, quando la sposò nell’abbazia di Westminster, a Londra, allora principessa ereditaria, che la sua immagine ci accompagnava nei rotocalchi, sui giornali, in tv e ultimamente anche in alcuni film di successo. Dovunque appariva la sua Regina, appariva anche lui, il bel Filippo, alto e prestante, nato a Corfù, a Mon Repos, villa della famiglia reale greca a cui apparteneva, il 10 giugno 1921. E così lo vedevamo sul cocchio reale ogni anno, quando veniva inaugurato dalla regale consorte il Parlamento inglese. Mai in bicicletta, come i borghesi reali nordici che parevano chiedere scusa di essere i reali.

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E sempre accanto ai grandi della terra, i vari presidente eletti, di tante repubbliche, da Eisenhower a Nehru, da De Gaulle a Gronchi, da Breznev a Pompidou, da Adenauer a Senghor, da Peron a Simone Weil. Loro, i presidenti, sparivano, terminato il mandato che li aveva eletti, lui, che nessuno aveva eletto, ma era nato principe del sangue danese e greco, restava. Ed è per questo oscuro carisma, che tutte le favole iniziano e inizieranno sempre allo stesso modo: “C’era una volta un Re”. Nessuna favola potrà mai iniziare “C’era una volta un presidente della Repubblica”. Ci ricordava in qualche modo che principi e re si nasce, così come si nasce Mozart o Greta Garbo. Il genio non si può imparare, è un dono di una natura cieca nelle sue elargizioni, né esiste un metodo per impadronirsi della bellezza. Ed è questo che li rendi doni struggenti, questo sentimento della nostra esclusione dal loro cerchio fatato che trasforma l’invidia a regime repubblicano, quella cioè delle cose che si possono raggiungere, in una sorta d’amore. Credo che su questo oscuro sentimento si basi quanto rimane del fascino della regalità.

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E Filippo era così destinato a questo ruolo, da risultare fondamentale per risolvere un mistero della nostra Storia legato a una tragedia, la strage della famiglia imperiale russa, consumatasi nella cantina di casa Ipatiev, a Ekaterinburg, la notte del 16 luglio 1918. Quando nel 1979, per iniziativa di Boris Eltsin, furono ritrovati i probabili resti dei Romanov, nei pressi di quella città degli Urali, fu infatti Filippo a offrire la chiave della loro identità e quindi anche di quella di Anastasia, la figlia dello Zar che si diceva sopravvissuta alla strage, per un probabile senso di colpa di parte del popolo russo. Sul mistero della sedicente Anastasia, intorno alla quale era un giro di loschi individui che la volevano manipolare per l’eredità dello Zar giacente in una banca di Londra, Ingrid Bergman aveva girato, nel 1956, uno splendido film ottenendo l’Oscar.

Filippo si offrì per la prova regina, quella del dna, con un lembo della sua pelle che servì a confrontare il suo con quello delle ossa ritrovate. Egli era infatti ultimo pronipote vivente della Zarina Alessandra, per via della nonna materna Victoria Mountbatten, sorella della sovrana russa e madre di sua madre, Alice. E fu grazie a questa sua prestazione che si riconobbero i resti dei Romanov, fra i quali anche quello della povera Anastasia, che non era sopravvissuta alla strage.

In questi giorni in cui le televisioni del mondo intero ricorderanno la sua figura, ripasseremo in rassegna in tante immagini in bianco e nero e poi a colori la vita di un secolo. Scorrerà insieme alla sua vita di principe in giro per il mondo per i suoi doveri di rappresentanza, la nostra stessa vita. Perché riconosceremo fogge di cappelli che non si usano più, modelli di automobili da tempo non più in circolazione, pettinature, abiti, cappotti, pellicce, motociclette, apparecchi radio, treni, navi legati a un’epoca finita. E tanti tanti volti di personaggi che avevamo dimenticato. Nei suoi quasi cento anni questo amabile principe, famoso anche per le sue graffianti ironie, che ne segnalavano forse l’umana esigenza di non apparire eterno secondo, dietro la Regina, ha rappresentato con dignità una parte non sempre facile, per un maschio. Per quel delizioso anacronismo che è la monarchia inglese, la donna è al vertice dello stato e della Chiesa anglicana dal 1952, l’uomo in subordine. Quanto sia apprezzabile questa perenne aspetto della Monarchia inglese lo dimostra oggi quel che ha umiliato la povera baronessa Ursula von der Leyen, al vertice dell’Europa, offesa due volte, dal suo cafone collega Michel e da quel maschilista "dittatore" della Turchia che è Erdogan.

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