A che cosa serve un giornale nell’era dei social? Quando mi rivolgono questa domanda, rispondo sempre ricordando una data: 7 gennaio 2015. Quel giorno, alle 11,30 del mattino, un commando di terroristi attaccò la redazione del settimanale satirico Charlie Hebdo a Parigi. 

Dopo pochi minuti, sui social circolavano le foto degli attentatori in fuga sui tetti: foto scattate da cittadini comuni che abitavano lì vicino, e che nessun giornalista avrebbe potuto scattare. Fino a quel momento, social-giornali 3-0. Ma già poche ore anzi pochi minuti dopo, come, in che modo il mondo ha potuto sapere che cosa era successo? Chi erano quegli uomini sui tetti con il mitra in pugno? 

Che cosa avevano fatto? Chi avevano ucciso? E perché? E le vittime chi erano? Quali i loro nomi, le loro storie, le loro famiglie? La follia terroristica continuò poi nel pomeriggio, con un assalto a un supermercato kosher: e chi ha potuto informare il mondo di quegli attentatori e di quegli ostaggi? Chi poteva avere accesso alle fonti – alla polizia, in procura, al ministero – per raccogliere informazioni da girare poi a tutti? Chi se non i giornalisti? E chi – se non testate dotate di una “reputation”, come ama ripetere Jeff Bezos, il patron di Amazon che ha voluto acquistare il Washington Post – poteva garantire un’informazione credibile in quei giorni di confusione?

Penso a tutto questo oggi che il nostro - il vostro! - giornale si presenta con una nuova grafica: perché ancora scommettiamo, perché crediamo che neanche nell’era dei social si possa fare a meno dei giornali. E allora continuiamo a investire, a rinnovarci – la carta stampata è un po’ come la Chiesa, “semper reformanda” – perché la vita cambia, ma non finisce. Questa nuova grafica, progettata dallo studio Tomo Tomo di Milano, è a nostro giudizio più bella, più chiara, più elegante e anche più in linea con questi tempi nuovi: avvicina il linguaggio della carta a quello del digitale, verso un’interazione che sarà sempre più intensa.

A che cosa serve un giornale nell’era dei social? Certo a dare le notizie in modo credibile, ma non solo: serve anche a campagne come quella che lanciamo oggi per fermare le stragi del sabato sera: per porre la questione della sicurezza ma anche per interrogarci – ne scrive benissimo Leo Turrini a pagina 3 – sul perché di tanti notti folli. Quale vuoto deve riempire chi vive di notte e guida ubriaco? Ecco a che cosa serve un giornale: serve anche a rallentare in un mondo che corre ormai troppo veloce, e a fermarsi per riflettere. Da oggi lo facciamo in una cornice più bella, perché anche l’estetica è comunicazione.