Oggi dedichiamo due pagine alla morte. Non a un discorso generico come si fa di solito: statistiche, aspettativa di vita, eutanasia eccetera. Quello è un girare intorno alla questione, che è la ”nostra” morte: la mia, la tua. Possiamo anche fare gli scongiuri: ma è l’unica cosa certa nel nostro futuro. È però un argomento rimosso. Neppure la Chiesa ne parla più. Una volta nella sua predicazione erano centrali i Novissimi (morte, giudizio, inferno e paradiso): oggi è molto difficile che un frequentatore della messa domenicale senta parlare di cosa ci attende dopo il nostro ultimo respiro. Ma poi: crediamo ancora che ci attenda qualcosa? Domande oziose, dirà qualcuno. Ma se – per assurda ipotesi – l’umanità arrivasse alla prova scientifica del Nulla dopo la morte, tutte le religioni si spegnerebbero, tutte le chiese chiuderebbero i battenti. Nessuno ascolterebbe più i loro pastori quando ci esortano a seguire la retta morale: a che pro, se ci aspetta il Vuoto? A che pro, se aveva ragione Petrolini quando diceva che siamo pacchi senza valore che l’ostetrica spedisce al becchino? Ma non solo le chiese andrebbero in crisi.

Andremmo in crisi tutti noi, anche noi che ostentiamo distacco, anche noi che ci vogliamo convincere che ci basta il quaggiù. Quale disperazione ci prenderebbe? Benché derisa dal mondo moderno – quello occidentale in particolare – la fede o quantomeno la speranza nell’aldilà è stata per millenni il motore della storia. Chi ha costruito le cattedrali medievali che oggi andiamo ad ammirare con lo smartphone sapeva che non avrebbe veduto il compimento del proprio lavoro, tanto erano infiniti i cantieri: ma credeva in un Eterno cui era dedicata tanta fatica. E re, condottieri, navigatori, esploratori, scienziati e semplici uomini di generazioni e generazioni hanno intrapreso piccole e grandi opere solo perché convinti che tutto avesse un senso che avrebbe vinto il tempo. Oggi in che cosa crediamo? Con chi parleremo domani e dopodomani, quando al cimitero andremo (se ci andremo) a far visita ai nostri cari? A lapidi di pietra? A fantasmi del passato? O a persone che crediamo ancora vive, in un dove e in un come pur inimmaginabili? Questa domanda non ha una risposta: ma è l’unica davvero decisiva per il nostro destino, e averla rimossa non ci ha resi più sereni. Resta il mistero. Con una certezza, però: che dentro ciascuno di noi c’è qualcosa che urla. E urla per la vita.