Di che cosa si parlava nell’Italia di cent’anni fa? Di che cosa viveva l’Italia del biennio 1919-’20? Anche se può sembrare bizzarro, vediamo di ricordarlo: un motivo c’è, e lo vedremo alla fine. Per rivivere l’Italia di cent’anni fa, un libro straordinario è “M. Il figlio del secolo“, con il quale Antonio Scurati, l’anno scorso, ha vinto il premio Strega. Un libro bellissimo; un romanzo, ma in cui non si inventa nulla, e anzi si racconta tutto "in diretta", con documenti e articoli di giornali dell’epoca, i quali ci rendono un’immagine diversa, più fresca rispetto a quella della riflessione storica, e pure a quella del senno di poi. Era, quella, l’Italia del cosiddetto "biennio rosso".

Cominciava allora l’epoca delle ’masse’; della politica come fenomeno di grande partecipazione popolare. I socialisti – gli operai, i contadini, molti intellettuali – riempivano le piazze per protestare contro la miseria aggravata da una guerra che non avevano voluto, e sognavano una rivoluzione come quella che aveva scaravoltato non solo la Russia degli Zar, ma un mondo millenario.

I reduci della Grande Guerra, invece, si sentivano emarginati, dimenticati e offesi, traditi. Sul loro rancore soffiava da maestro Gabriele D’Annunzio, che riempiva la piazza del Campidoglio e andava a prendersi Fiume per vendicare l’Italia della "vittoria mutilata".

E poi c’era lui, Benito Mussolini. Espulso dal partito socialista perché interventista, aveva fondato i Fasci di Combattimento che riunivano i reduci, gli Arditi, molti anarchici: e che aveva un programma più a sinistra di quello delle Brigate Rosse che sarebbero venute. C’erano comizi, scontri (tremila morti in due anni), riunioni in teatri, una generazione appassionata del Nuovo che si stava vivendo. Mussolini fu quello che seppe capire meglio degli altri come impadronirsi del tempo che sarebbe venuto. Ma insomma il Paese non era paralizzato: anzi viveva, e come se viveva. E i giornali dell’epoca sono pieni di quei fermenti, di quella drammatica intensità.

Perché ricordiamo tutto questo? Perché quel 1919-’20 fu anche il biennio della celeberrima epidemia della Spagnola, la quale fece molti più morti del Covid-19. Ma che non fermò il Paese, non fermò un popolo molto più abituato di noi a fare i conti con la morte. Era uscito da poco dal più grande conflitto armato della storia, e non ancora dalla fame e dalla miseria.

Ricordiamo tutto questo ora che, da qualche giorno, stiamo (anche facendo autocritica) esortando l’informazione a non farsi monopolizzare dal Covid, perché nella vita c’è altro. Il che non vuol dire che diciamo di non parlare più del virus, come un paio di giornalisti televisivi fanno finta di capire. Chi sa sfogliare e soprattutto leggere, ha già capito.