Agostino Di Maio
Agostino Di Maio

Le ricette su come ripartire appena questa tremenda crisi avrà auspicabilmente allentato la sua morsa si stanno moltiplicando: molte proposte sembrano presupporre risorse economiche infinite e appaiono chiaramente velleitarie o, peggio, propagandistiche, mentre altre scontano la tradizionale contrapposizione ideologica tra neo-liberisti e neo statalisti, entrambi in diverse salse. Ve ne sono però alcune a costo zero la cui attuazione avrebbe bisogno solo di una buona dose di coraggio (politico), il che non è detto abbondi in questo frangente storico.

Focalizziamoci sul tema del lavoro. E’ evidente che l’occupazione non si risolleverà se non in presenza di investimenti produttivi di natura anche pubblica assai sostanziosi. Dando per scontato questo prerequisito occorre ragionare su quali interventi normativi (a costo zero) mettere in campo per rimuovere vincoli oggi insostenibili.  

La prima sfida è quella di una profonda revisione delle regole vincolistiche poste dalla recente legislazione in materia di lavoro (decreto cosiddetto dignità et  similia) alle assunzioni “non a tempo indeterminato”. Queste norme con la loro natura prociclica enfatizzeranno infatti le difficolta delle aziende ad assumere ed è chiaro a tutti che l’occupazione che verrà (quando verrà) non sarà tutta a tempo indeterminato e full time, come pure tutti vorremmo. Le imprese avranno bisogno di flessibilità sia per la scarsa visibilità previsionale dei mercati a breve e medio termine, sia per la gestione dei picchi di processo e di prodotto, sia per far fronte a una domanda instabile e volatile.

La scommessa sarà quella incrociare questa fase economica con forme di impiego anche a termine legali e tutelate per evitare il rischio di un massiccio ricorso a forme irregolari e sottopagate. Andrà quindi favorita al massimo la permanenza delle persone “nel lavoro”, anche con esperienze a termine, senza i vincoli legislativi attuali che genereranno ancor di più, rispetto a quanto avvenuto oggi, il turn over dei lavoratori. Questo processo dovrà avvenire in un quadro di tutele a garanzia delle persone e con un ulteriore rafforzamento dei controlli e dell’Ispettorato nazionale del lavoro

La seconda scommessa è l’effettiva nascita nel nostro Paese di politiche attive del lavoro su larga scala, dopo la falsa partenza di questi ultimi anni. Saremo infatti chiamati da un lato a ridurre il più possibile la “pressione” sugli ammortizzatori passivi, il cui tiraggio crescerà esponenzialmente, e dall’altro a riconvertire molte professionalità per rispondere alla domanda dei nuovi mercati del lavoro (alcuni scompariranno, altri ne nasceranno).

Terzo tema è quello delle competenze digitali delle persone. Lo smart working che molti di noi stanno sperimentando in queste settimane non sarà più una parentesi estemporanea dettata dall’emergenza ma una dimensione lavorativa in alcuni casi strutturale e alla quale dovremo abituarci. Servirà una gigantesca opera di formazione (meglio, alfabetizzazione) digitale di massa affinché questa modalità possa essere utilizzata efficacemente. Attività di formazione da svolgere, se possibile, senza le storture e le patologie che in questi decenni hanno troppo spesso accompagnato la formazione professionale (rivolta più a soddisfare le esigenze dell'offerta che della domanda).

Ultima sfida – ma forse la più importante – sarà la battaglia contro la burocrazia e la spesa pubblica improduttiva, veri nemici di tutti noi. Dovremo ricostruire un Paese nuovo ma soprattutto un Paese “semplice” così come lo fu l’Italia del secondo Dopoguerra e che ci ha consegnato il grande Paese che abitiamo. Proviamoci. Tutti insieme.

* Direttore generale di Assolavoro