Monte dei Paschi di Siena (ImagoEconomica)
Monte dei Paschi di Siena (ImagoEconomica)

Milano, 12 dicembre 2016 - Avanti sulla strada tracciata dell’aumento di capitale privato da 5 miliardi, senza l’intervento dello Stato, almeno in prima battuta, e anche senza la garanzia del consorzio di banche guidato da Jp Morgan e Mediobanca. Il cda di Mps, riunito ieri a Milano, ha deciso di proseguire con il piano di Marco Morelli, pur tra mille difficoltà.

Il segnale decisivo è arrivato da Roma: l’incarico a Gentiloni e la formazione di un nuovo esecutivo in tempi rapidi, infatti, vanno nel segno di quanto auspicato dagli investitori internazionali pronti a credere nel salvataggio del Monte, fondo del Qatar in testa.

La possibilità di convertire il bond in mano al mercato retail resta praticabile e, di questo, la banca senese sta parlando con la Consob da venerdì per ottenere i permessi a rivedere i profili di rischio (Mifid) degli oltre 40mila risparmiatori possessori del titolo. L’autorizzazione – e in questo caso la Bce non ha voce in capitolo – ancora non c’è, ma potrebbe arrivare già domani e dovrebbe essere di segno positivo.

Insomma, anche senza le tre settimane di proroga negate dalla Bce, e pur restando in tempi strettissimi nei margini di un’operazione da sempre considerata molto difficile, ma da chiudere entro la fine dell’anno, il Monte può provare a farcela da solo, senza costringere lo Stato a un intervento. Vediamo come.

Dalla conversione del bond-retail dovrebbero arrivare circa 1-1,5 miliardi di euro, cui aggiungere il miliardo ottenuto dalla precedente conversione dei bond degli investitori istituzionali (di cui 400milioni dal gruppo Generali); un altro miliardo è sempre quello promesso dal fondo qatariota. Per arrivare a cinque miliardi, ne mancano ancora 1,5-2: la speranza della banca è riposta nel mercato e negli investitori, ai quali sarà lanciata un’offerta di nuove azioni in private placement, senza cioè il supporto del consorzio di banche. Gli istituti, guidati da Jp Morgan e Mediobanca continueranno a lavorare a fianco del Monte a caccia di nuovi azionisti, ma senza la garanzia di acquistare l’eventuale inoptato; per il quale sarebbe pronto un paracadute dello Stato.

Morelli nel suo lungo road show in giro per il mondo ha raccolto numerosi manifestazioni di interesse, tutte però subordinate alla continuità governativa anche in caso di vittoria del No al referendum e alla disponibilità dello Stato a farsi eventualmente carico di un parte dei rischi/costi dell’operazione. Condizioni che a oggi sono entrambe realizzate.

Anche il cda di ieri, come quelli dei giorni scorsi, è stato lungo, teso e sempre con un orecchio a quanto accadeva a Roma. È da lì che sono arrivate le notizie più incoraggianti per Mps. Se, come sembra, a capo dell’Economia restasse Pier Carlo Padoan, sarebbe un’ulteriore conferma che il salvagente del governo è ancora a disposizione, qualora l’opzione di mercato andasse male.

Il decreto è privo solo di un elemento indispensabile: la firma. Renzi lo ha lasciato pronto e in bianco nel cassetto del nuovo inquilino di Palazzo Chigi e a questo punto Gentiloni dovrà decidere se e quando vararlo.

Le ipotesi sul tavolo sono diverse. La prima è la ricapitalizzazione preventiva, con lo Stato a farsi garante per l’eventuale inoptato. Per effetto del burden sharing in questo caso ci sarebbe un prezzo da pagare per gli obbligazionisti, che vedrebbero convertiti i propri titoli a un valore inferiore a quello nominale.

Un’altra strada contempla l’acquisto diretto da parte dello Stato delle obbligazioni e poi la conversione di esse in azioni. Oppure, terza ipotesi che si fa strada in queste ultime ore, un nuovo prestito-ponte al Monte dei Paschi, che sarebbe un tassello di un decreto di sistema, valido quindi per tutti gli istituti in crisi. Una sorta di nuovi Monti-bond per garantire la liquidità necessaria a rimpinguare le casse, dopo la vendita dei crediti deteriorati.