In un Paese ancora bancocentrico per i canali di investimento all’economia reale (con oltre l’80% dei finanziamenti alle imprese, a partire dalle Pmi, legato ai rubinetti del credito delle banche) è fondamentale il ricorso a nuovi investitori e nuovi strumenti finanziari (dal private equity ai Pir) per favorire la crescita, l’innovazione e l’internazionalizzazione delle aziende del Made in Italy. Lo era prima e lo è ancora di più oggi, con la ripartenza post Covid-19 e le opportunità fornite dai programmi di rilancio dell’Italia finanziati dai 209 miliardi che, con il Recovery Fund, arriveranno dall’Europa.

Agli investitori, italiani ed esteri, che vogliono puntare sulle eccellenze dell’industria manifatturiera italiana, si offrono tutte le opportunità rappresentate dalle società quotate alla Borsa di Milano (nella foto la sede, Palazzo Mezzanotte, in Piazza Affari). E quelle (oltre 900 in Italia) che partecipano a Elite, il private market del London Stock Exchange Group che connette le imprese a diverse fonti di capitale per accelerarne la crescita. LSEG che a metà settembre ha annunciato l’avvio di trattative esclusive con la cordata guidata da Euronext e composta da CdP e Intesa Sanpaolo per la cessione di Borsa Italiana. Elite pensata da Borsa Italiana nel 2012 in collaborazione con Confindustria, è un ecosistema per accelerare la crescita delle società con una chiara missione di supportare i processi di internazionalizzazione e innovazione per valorizzare le eccellenze del nostro Paese.

Del resto, nonostante la frenata dell’economia provocata dalla pandemia, che ha avuto in primavera anche pesanti riflessi sull’andamento degli indici azionari (capaci però, trainati da Wall Street, di recuperare gran parte del terreno perduto), non è venuto meno l’interesse degli investitori e dei trader sul mercato finanziario. Tanto che da gennaio a metà settembre la Borsa di Milano ha visto una crescita del 41% degli scambi con una media record di 352mila contratti giornalieri e un più 15% a 2,5 miliardi del controvalore scambiato.

Contratti e controvalore che hanno riguardato anche le 72 società quotate che hanno partecipato alla quarta edizione (tutta digitale) dell’Italian Equity Week organizzata da Borsa Italiana. Agli investitori che guardano ancora con interesse alle opportunità (e in qualche caso, visto i valori di Borsa ancora lontani per molti titoli dai livelli pre-Covid-19, anche le occasioni) offerte dalle imprese italiane quotate in Piazza Affari, ci sono in particolare i settori più rappresentati (e con maggiori chance di sviluppo alla luce dei cambiamenti imposti anche dalla pandemia e delle aspettative collegate al Recovery Fund europeo) del listino milanese. Tra i settori sotto la lente degli investitori c’è quello del Consumer Goods & Services che vede quotate sui mercati di Borsa Italiana 115 aziende che rappresentano una capitalizzazione aggregata pari (dati di fine luglio) a 91,4 miliardi, ovvero il 16% dell’intero mercato.

Negli ultimi dieci anni le società di questo settore (che hanno visto partecipare all’Italian Equity Week Autogrill, Campari, De’ Longhi, Elica, Mediaset, Moncler, Piquadro e Sanlorenzo) hanno raccolto sul mercato di capitali di Borsa Italiana circa 7,7 miliardi, di cui oltre 6,1 in Ipo. Ancora più rilevante nel listino milanese è il valore (207,2 miliardi di capitalizzazione pari al 37% del totale) delle 58 società del settore Infrastrutture & Energia a partire da giganti come Eni, Enel e Telecom Italia. Non da meno, agli occhi degli investitori, sono i settori dei beni e servizi industriali e dell’healthcare che vedono ben 123 aziende quotate per una capitalizzazione di oltre 108,2 miliardi mentre non è da meno il ruolo delle società della finanza: 73 quotate con una capitalizzazione di quasi 155 miliardi e una raccolta sul mercato dei capitali sempre negli ultimi dieci anni di ben 60,1 miliardi.

Achille Perego