ANNATA SCARSA per il re della tavola d’autunno: il tartufo bianco. L’assenza di piogge estive sta rendendo poco fruttuosa la cerca dei tartufai che coi loro cani, uno sguardo alla Luna e l’altro al sottobosco, mai come quest’anno faticano a cavare questi "diamanti" tuberiformi. Un’attività di cerca e cavatura ora ufficialmente in corsa per l’ingresso nella prestigiosa lista Unesco di patrimonio dell’umanità. Un riconoscimento di ruolo e di tradizione rurale che, se a dicembre la candidatura italiana troverà riscontro favorevole, potrà in parte alleviare il malumore dei tartufai per una stagione povera dal punto di vista produttivo. Pezzature piccole, da neanche 20 grammi, un tempo erano snobbate dai commercianti, ma ora sono richieste e ben quotate per garantire ai ristoratori le preziose trifole nel menu. Chi invece...

ANNATA SCARSA per il re della tavola d’autunno: il tartufo bianco. L’assenza di piogge estive sta rendendo poco fruttuosa la cerca dei tartufai che coi loro cani, uno sguardo alla Luna e l’altro al sottobosco, mai come quest’anno faticano a cavare questi "diamanti" tuberiformi. Un’attività di cerca e cavatura ora ufficialmente in corsa per l’ingresso nella prestigiosa lista Unesco di patrimonio dell’umanità. Un riconoscimento di ruolo e di tradizione rurale che, se a dicembre la candidatura italiana troverà riscontro favorevole, potrà in parte alleviare il malumore dei tartufai per una stagione povera dal punto di vista produttivo. Pezzature piccole, da neanche 20 grammi, un tempo erano snobbate dai commercianti, ma ora sono richieste e ben quotate per garantire ai ristoratori le preziose trifole nel menu.

Chi invece risente meno della stagione di magra sono i tartuficoltori, che anzi stanno ben rispondendo al fabbisogno di ristoranti e turisti-buongustai con forniture di pregiato nero, ma anche microappezzamenti di tartufo bianco. Una coltura favorita nelle Marche dall’Assam - Centro Tartuficoltura e Tartufi che l’anno prossimo compirà 40 anni di attività di ricerca e sperimentazione in campo. Il tartufo, spiegano dal Centro con sede a Sant’Angelo in Vado, in provincia di Pesaro Urbino, è tutto naturale, ma si distingue tra coltivato e spontaneo. Nel 2004, ha detto il direttore del Centro della Regione Marche, Gianluigi Gregori, è stato messo a punto un metodo integrato di coltivazione e il Centro ha censito 20 pionieri-tartuficoltori del bianco ai quali è stato fornito un parere scientifico sui parametri geologici, di vegetazione e il Ph che rendono idoneo l’avvio della coltivazione, favorita dalla piantumazione di querce e arbusti con radici micorizzate, prodotte e commercializzate dal vivaio della Regione Marche, ma anche da privati come l’azienda umbra Urbani.

Secondo un tartuficoltore marchigiano, Osvaldo Ferri, protagonista del video all’ingresso del Museo del tartufo di Acqualagna, servono almeno una decina di anni per portare a regime un’attività di coltura delle preziose trifole. "Io ero un metalmeccanico, nel settore motori per motociclette – racconta in un incontro promosso da Food Brand Marche – ma ho scelto di lavorare all’aperto e in proprio. Ho investito nella piantumazione di filari di alberi con radici micorizzate, nella cura del terreno e nell’addestramento dei miei due cani. Ogni piantina costa mediamente una dozzina di euro, ma ci vuole un terreno idoneo, vocato. Il mio primo impianto è a 200 metri circa sul livello del mare, ma l’esperienza e i cambiamenti climatici mi suggeriscono di portare l’attività a quote più alte, e conto di avviare un nuovo impianto a 600 metri sul livello del mar. Per il resto, servono buone gambe per la cerca, manualità col vanghetto per la cavatura, e complicità con i cani, veri compagni di avventura".

Nelle Marche i tartufi vengono raccolti, secondo la maturazione delle nove varietà commestibili, tutto l’anno. Ci sono circa 13mila cavatori iscritti all’albo e una tartufaia di oltre 4mila ettari tra quelle controllate (600 ettari) e quelle coltivate (3.500 ettari). Un feudo a forte vocazione tartufigena grazie a azioni di ricerca e fondi Psr (Programma sviluppo rurale) tramite la collaborazione del Centro di tartuficoltura regionale di Sant’Angelo in Vado e le università del territorio sulla sperimentazione di tecnice selvicolturali per il miglioramento produttivo dei boschi tartufigeni, la messa a punto su larga scala della produzione di piante micorizzate, lo studio sulla vitalità del micelio dei tartufi attraverso indagini biomolecolari. Il nuovo progetto del tartufo marchigiano, voluto dall’assessorato regionale all’Agricoltura e affidato a Food Brand Marche, si occuperà di sviluppo turistico, creazione di filiera intergrata con un portale dedicato (marcheterraditartufi.com). Inoltre uno studio Assam, l’Agenzia regionale per l’agroalimentare, è volto a produrre la Carta della vocazionalità tartuficola, soprattutto nelle aree interne. Sette i Comuni coinvolti dal progetto: Acqualagna, Amandola, Apecchio, Fossombrone, Pergola, Roccafluvione e Sant’Angelo in Vado.