Jacqueline Lee Bouvier Kennedy, detta Jackie (foto Jacques Lowe)
Jacqueline Lee Bouvier Kennedy, detta Jackie (foto Jacques Lowe)

Prosegue a Bologna, a Palazzo Belloni, la mostra fotografica “The Kennedy Years”. Dedichiamo alla celebre dinastia statunitense una serie di articoli di approfondimento: dopo quelli sulle origini della famiglia e su JFK, ecco il ritratto di Jacqueline.

di CESARE DE CARLO

Washington, 19 aprile 2019 - Ci sono delle immagini che fissano il senso di una vita. O almeno la percezione. Per esempio quella di Jacqueline Kennedy
I visitatori se la trovano di fronte proprio all’ingresso della mostra The Kennedy Years a Palazzo Belloni a Bologna. È una foto emblematica. Jacqueline è ritratta nella pienezza del suo fulgore, lo sguardo sicuro, i capelli agitati da una brezza gentile. Un pallido rossetto sotto occhi profondi, secondi per seduzione solo a quelli di Liz Taylor. Disinvoltura e fiducia.
Sin dalla nascita appariva predestinata all’esclusività, al privilegio, al lusso, all’ammirazione o all’invidia del prossimo. Poi a 24 anni, il 12 settembre 1953, si era finalmente sposata. Età tarda, in un’epoca in cui lo zitellaggio si annunciava attorno ai vent’anni.

Ma Jacqueline Bouvier, detta Jackie, aveva voluto lavorare prima di cedere a John Kennedy, detto Jack. Il Washington Times Herald l’aveva mandata a Londra. C’era l’incoronazione della regina Elisabetta II. E così fece attendere l’innamoratissimo astro nascente della politica americana, anche lui predestinato a un grande futuro. Quando lei gli disse di sì, lui a 36 anni era già senatore per lo Stato del Massachusetts. E quando quella foto venne scattata lui a 43 anni era già il 35esimo Presidente degli Stati Uniti d’America. Il più carismatico, il più affascinante che fosse entrato alla Casa Bianca da George Washington in poi. 

E lei, appena diventata First Lady al di là e al di sopra di ogni più lusinghiera ambizione, appariva la donna giusta al posto giusto. Con un uomo del genere ci voleva una donna del genere. Gli americani li adoravano, pur avendo il democratico John Kennedy vinto di misura sul repubblicano Nixon e non senza l’ombra di appoggi mafiosi. Gli europei ne erano ammirati e al tempo stesso invidiosi: questa era la nuova America, quella che voltava pagina dopo tre presidenti di guerra, i democratici Roosevelt e Truman e il repubblicano Eisenhower, il condottiero del D Day in Normandia. Questa era l’America che proprio in quegli anni diventava il modello dell’Europa occidentale, al di qua della cortina di ferro, garante della sua libertà. Nel sorriso consapevole di quella foto c’era la consapevolezza del doppio ruolo.
E dunque nessuna paura e nessun presentimento di quanto sarebbe accaduto alla coppia più illustre, amata e potente del mondo. 

Quante tragedie invece! E quanto queste hanno contribuito a congelare nel tempo l’adorazione collettiva per una dinastia oggetto di una venerazione quasi monarchica in una nazione nata proprio dalla ribellione alla monarchia.
Al punto da far dimenticare gli eventi discutibili della presidenza Kennedy: la crisi dei missili a Cuba, lo sbarco fallito degli esuli, il muro di Berlino, i primi militari americani in Vietnam
Ma in quei mille giorni alla Casa Bianca, dal 20 gennaio 1961 in poi, Jackie aveva il mondo ai suoi piedi. Non solo ammirazione per il fascino, il portamento, la grazia, dispiegati nei viaggi all’estero, soprattutto in Europa, Italia compresa, ma anche commozione per le gestazioni difficili, un aborto, due neonati morti dopo il parto. E poi c’erano la sua eleganza, i Givenchy e Cassini, i cappellini pink, la voce sospirosa come quella delle attrici famose negli anni Cinquanta e Sessanta, Marilyn Monroe per esempio. 

Quella Marilyn che tante attenzioni avrebbe ricevuto da parte del marito John e del cognato Robert, oltre ovviamente a dozzine di altre bellezze, celebri e no, dentro e fuori la Casa Bianca. 
Ma come immaginare che il sorriso di quella foto in capo a un paio di anni si sarebbe trasformato in lutto! Lutti a ripetizione. 
Lutti sopportati con la stoicità di una donna romana (di una volta)!
Da icona di privilegio Jackie diventò una icona di devozione e di patriottismo. Quando John venne colpito dalle pallottole di Oswald (Dallas, 22 novembre 1963) lei montò sul bagagliaio dell’auto e con il suo corpo cercò di proteggere il marito. Rimase con l’abito intriso di sangue anche sull’Air Force One e assistette al giuramento del vicepresidente Lyndon Johnson
Fu lei a curare i dettagli del funerale, officiato nella cattedrale cattolica di Saint Matthew a Washington, ad accompagnare il feretro nel cimitero degli eroi ad Arlington in veletta nera e tenendo i bambini per mano. Fu lei ad accendere la fiamma eterna, a riservarsi un posto lì accanto.

E lì si trova dal 14 maggio 1994, morta dopo una caduta da cavallo e per una brutta malattia. In mezzo, in quei trentun anni, c’è un’altra parentesi. Nel 1968, lo stesso anno dell’assassinio di Robert, Jacqueline Kennedy diventa Jacqueline Onassis. Strappò il miliardario greco a Maria Callas, che morì di crepacuore, e alla sorella Lee durante una crociera sul “Cristina’’. Scrisse Wayne Koestenbaum, biografo e suo amico: «Come hai potuto sposare quel pirata? E distanziarti dalla sacralità che ti circondava?». Più tardi lei avrebbe detto: «L’ho fatto per i miei figli». (3 - continua)