L'Ardito Ciro Scianna muore baciando il Tricolore
L'Ardito Ciro Scianna muore baciando il Tricolore

Erano volontari, erano la nostra arma segreta e hanno scritto il loro nome nella storia come primo corpo d’élite in senso moderno. Bruciati dai lanciafiamme, dilaniati dalle granate e falciati dalle mitragliatrici, caddero in tremila – almeno uno su dieci – per farci vincere la Grande Guerra. In occasione del loro centesimo anniversario, il 29 luglio scorso, quasi nessuno ha ricordato i leggendari Arditi, a parte l’Esercito e la loro associazione (Fnai), organizzatori di una celebrazione a Sdricca (Ud) presieduta dal Generale di Corpo d’Armata Bruno Stano, ospite il collega generale Marchiò e da Massimiliano Ursini, presidente Fnai di Trieste. 
 
Mentre Inghilterra, Francia e Germania, intorno al ‘17, mettevano a punto i primi carri armati per sbloccare la logorante stasi della guerra di trincea, l’Italia puntava sul fattore umano creando questi reparti composti da giovani e audacissimi soldati provenienti da tutte le armi e specialità dell’Esercito. Loro compito era assaltare, con bombe a mano e pugnale fra i denti, le trincee nemiche in fulminee azioni condotte anche da pochissimi uomini. I simboli degli Arditi erano teschi, gladii, fiamme e labari neri, il colore di quella morte che erano pronti a dare – e a ricevere – per la salvezza d’Italia. 
 
Dall'ultimo dopoguerra, la storiografia tradizionale li hai fatti passare per avanzi di galera e semi-psicopatici: nulla di più falso, come hanno smentito definitivamente gli studiosi. Erano militari dotati di un coraggio sovrumano e di alte motivazioni patriottiche, basti pensare che, nella Battaglia del Solstizio, cadde ben il 20 per cento di loro. Senza le loro gesta non avremmo avuto esiti favorevoli in momenti decisivi, come sull’altopiano di Asiago, sulla Bainsizza o sul Piave. Sono a tutti gli effetti i precursori del 9° reggimento Col Moschin e del Comsubin, le nostre forze speciali famose in tutto il mondo. 

A parte due-tre articoli su quotidiani nazionali e un paio di servizi su tv di provincia, pesa il silenzio assordante dei grandi media e la mancanza di qualsiasi cenno dal mondo politico-istituzionale. A dispetto della loro storia complessa e multiforme, gli Arditi vengono oggi, infatti, identificati come fascisti tout court solo perché il Ventennio si appropriò, successivamente, dei loro emblemi e gridi di battaglia. 
Secondo lo studioso degli Arditi Roberto Roseano: «È un po’ come se il presidente americano, si fosse disinteressato del centenario dei marines». 
 
Con il Fascismo, poi, gli Arditi si divisero tra fascisti e social-comunisti, come spiega l’ultimo libro di Andrea AugelloArditi contro” (Mursia). Durante la seconda guerra mondiale, il neo-costituito X reggimento Arditi del Regio Esercito si fece massacrare, insieme alla divisione Livorno, per difendere la Sicilia dallo sbarco alleato. Con l’8 settembre ‘43, i membri del X Arditi scelsero, come tutti, strade diverse: chi restò con il Governo legittimo, chi scelse la Repubblica sociale, chi si dette alla macchia; i primi furono protagonisti dell’ultimo combattimento contro i tedeschi in Italia.

Il generale Marco Bertolini, tra i più stimati comandanti dell’Esercito, entra nel vivo: «La grave trascuratezza con la quale si è mancato di celebrare –   al di fuori dell’ambito militare – questo centenario è anche causata dalla distanza abissale degli Arditi dal modello di soldato ‘rassicurante’ che da molti anni si cerca di imporre a forza, mediaticamente e culturalmente, in Italia. Non erano, infatti, ‘soldati di pace’, secondo la banale vulgata corrente, ma basavano la loro efficacia su coraggio, aggressività e forza fisica, qualità così poco edibili per i nostri fini palati, abituati alla strana idea che possa esistere un combattimento moderno senza violenza». 
Non è la prima volta che figure eroiche della Grande Guerra vengono ignorate, oggi, perché negli anni ’30 furono osannate dalla propaganda fascista.