Piero

Degli Antoni

Prima della Dad, esisteva già il vad, il voto a distanza, detto anche televoto. Fu inventato a metà degli anni Novanta per l’Eurosong (che poi l’ha parzialmente abbandonato).

Da noi sopravvive felicemente soprattutto al Festival di Sanremo. È un omaggio alla politica indifferenziata dell’"uno vale uno". Ed è il televoto a decidere il vincitore finale del Festival. Tutte le altre votazioni – dell’orchestra, dei giornalisti, della giuria demoscopica composta comunque da gente che si interessa di musica – vengono annullate davanti a questo moloch della democrazia apparente. Non che sia ingiusto, per carità, ma non sarebbe meglio contemperare il voto diffuso con quello selezionato delle altre giurie? Nel 2000 ci fu lo scandalo, diciamo così, della vittoria degli Avion Travel, fortemente voluto da una giuria di qualità organicamente indirizzata. Da un estremo all’altro, non va bene. In questo caso il televoto ha portato a un soffio dalla vittoria l’accoppiata Michielin-Fedez, che nei precedenti scrutini viaggiava a metà classifica. Forse la musica non è una democrazia diretta, ha bisogno di navigati consulenti che in qualche modo proteggano gli artisti più sperimentali. E poi, una piccola osservazione: il televoto a Sanremo costa ben 50 centesimi, non poco. Spontaneo raffrontare questa modalità con quella di X Factor, dove i voti, sempre limitati, sono gratuiti.

O il televoto o la vita.