Emilia Rosati, 68 anni, napoletana, dirigente scolastica in pensione e nonna felice, tra i fondatori del Comitato per il diritto alle origini biologiche. Adottata a un anno e mezzo. Ha cercato la sua mamma naturale in mezza Italia, passando per Pescara e Bologna. Alla fine? "Ho saputo la verità quando lei era già morta. Si chiamava Natalina, viveva in un paesino sulle montagne della Calabria. Mi ha partorito a 36 anni. Vorrei evitare di dire il suo cognome". Dov’è avvenuto il parto? "Sono nata a Napoli, all’ospedale dell’Annunziata. All’epoca faceva parte della Real Casa Santa, il...

Emilia Rosati, 68 anni, napoletana, dirigente scolastica in pensione e nonna felice, tra i fondatori del Comitato per il diritto alle origini biologiche. Adottata a un anno e mezzo. Ha cercato la sua mamma naturale in mezza Italia, passando

per Pescara e Bologna. Alla fine?

"Ho saputo la verità quando lei era già morta. Si chiamava Natalina, viveva in un paesino sulle montagne della Calabria. Mi ha partorito a 36 anni.

Vorrei evitare di dire il suo cognome".

Dov’è avvenuto il parto?

"Sono nata a Napoli, all’ospedale dell’Annunziata. All’epoca faceva parte della Real Casa Santa, il più grande brefotrofio del Sud. Venivano a partorire un po’ da tutto il Meridione le donne che sapevano di non poter tenere il figlio".

Che cosa ha saputo dei suoi primi mesi di vita?

"I bimbi in buona salute venivano mandati a balia, nel Frusinate. Sono tornata in istituto a 18 mesi. Il giorno dopo sono stata adottata".

Quando ha saputo la verità?

"L’ho scoperta per caso a 22 anni. Mia mamma era tornata dall’ospedale, purtroppo aveva un tumore. I miei erano sempre stati attentissimi a non far trapelare niente. Ma dimenticarono

la cartella clinica sul tavolo della sala.

La aprii. C’era scritto ‘una figlia ad.’, puntato. Ho cercato nel vocabolario, nell’enciclopedia. E dentro di me si faceva sempre più largo l’idea che ’ad’ stesse per adottiva".

Ha provato rabbia?

"No, mai. Papà mi fece credere di essere mio padre naturale. A mamma non ho mai detto niente. Stava per morire. Mi hanno amato e cresciuta bene. E poi non erano attrezzati, oggi i genitori adottivi sono obbligati a dire la verità ai figli. Una volta no, era un tabù".

Ha pensato che volessero proteggerla?

"Anche. Quando si litigava tra compagni ti dicevano, sei figlio della Madonna. A Napoli voleva dire arrivare dall’istituto".

A che età ha cominciato a cercare la sua famiglia biologica?

"Dopo la morte dei miei genitori adottivi. L’ho fatto a tappe, mi sono impegnata davvero sui 50 anni. Volevo arrivare alla verità. Anche per sapere se c’erano malattie ereditarie".

Ha trovato fratelli, sorelle?

"Sì, due fratelli. Che invece erano cresciuti con mia madre. Mi hanno raccontato tutta la storia. Siamo diventati parenti, davvero".

Che sentimento prova per sua mamma?

"Grande tenerezza e comprensione. Solidarietà femminile, soprattutto".

Ha mai incontrato suo padre naturale?

"No, ma già chiamarlo così mi dà fastidio. Diciamo che è stato il procreatore. Poi la rabbia con il tempo si consuma. Era vittima anche lui di una mentalità. Calabria, anni Cinquanta".

Con il Comitato cosa volete ottenere?

"Da 12 anni ci stiamo battendo per modificare l’articolo 28 della legge 184. L’obiettivo è che finalmente recepisca le direttive della Corte costituzionale. Che dice: il tribunale dei minori su richiesta del figlio ricerca la madre biologica. Poi la contatta e le chiede se è disposta a togliere l’anonimato. La Corte ha chiesto al Parlamento di fare una legge. Non ci siamo ancora arrivati".

Rita Bartolomei