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Bologna, 11 dicembre 2019 - E’ passato mezzo secolo dalla “Legge Codignola”. Quel nome suscita ancora in noi un brivido di entusiasmo e di venerazione: appartiene a un’autentica Grande Famiglia di studiosi, di educatori, di coraggiosi uomini politici, di generosi editori. Si può anche non condividere tutto quel che appare connesso con questa o quella scelta di questo o di quel membro di essa, certo però la sua memoria appartiene al tempo nel quale l’Italia si è costituita e quindi ricostituita dopo la tragedia della guerra. 

Si parlava molto di “rivoluzione”, mezzo secolo fa. Se ne parlava ed eravamo in molti, magari in troppi, a crederci. In senso bipolare, magari: o che i tempi della sua maturazione dovessero essere affrettati, o che al contrario si dovesse far magari l’impossibile per fermarla. Che si stesse parlando davvero di una “cosa”, e non solo di una “parola”, fu probabilmente l’equivoco di fondo, mai chiarito. Era comunque diffusa l’impressione, specie negli ambienti più radicali di una sinistra soprattutto intellettuale, che non fosse più tempo né di riformismi né di gradualismi. Operai e sindacalisti, insomma gli esponenti della vecchia “aristocrazia operaia”, sembravano non poter più essere in grado di proporsi come avanguardia di un mondo che stava rapidamente mutando. 

Fu in quel clima che sembrò opportuno – e furono in molti a crederlo – che le antiche paratìe propedeutiche ai livelli più alti dell’istruzione fossero, in realtà, solo vani e sinistri espedienti volti a mantenere il potere scientifico e intellettuale (quindi il potere tout court) fuori dalla portata dei vari strati subalterni della società civile. Fu allora che si ritenne opportuno, anzi necessario negare e rovesciare qualunque forma di selezione e di gradualità nello studio e nell’apprendimento nel nome di un egalitarismo che doveva imporsi anche sul piano delle forme giuridico-istituzionali in modo da consentire l’accesso pieno al mondo degli studi. Con i privilegi a ciò connessi, a chiunque lo avesse desiderato. 

Con l’apertura dell’accesso agli studi universitari consentita anche a quanti non disponevano di quelli che fino ad allora erano stati ritenuti i necessari requisiti di preparazione specifica, si apriva la strada alla “università di massa” e alla fruizione di titoli universitari di studio non garantita da un adeguato livello propedeutico; e si sottometteva a una critica marxista invero alquanto “immaginaria” (così la definì, in un pamphlet destinato a restar celebre, Vittoria Ronchey) qualunque criterio di selezione e di controllo. 

Ciò aprì, non senza momenti di forte violenza intimidatoria, la strada all’”esame collettivo”, al “trenta politico obbligatorio”, “tutto-e-subito”, al “vietato vietare”, al sistematico rifiuto del controllo selettivo quale strumento di verifica del sapere. Si aprì la stagione nella quale il “110 con lode” riservato a tesi di laurea in architettura su temi quali Il pensiero di Mao divenne un episodio consueto se non abituale nella nostra vita universitaria. E va detto che almeno in certe facoltà (da quelle umanistiche ad alcune tecniche) il corpo docente non si mostrò all’altezza della situazione: i docenti “di destra” si ritirarono sull’Aventino dell’assenteismo dinanzi all’impossibilità obiettiva di lavorare; quelli “di sinistra” s’illusero che quell’ondata di nihilismo imperfettamente gestita da centri radicali preludesse a una rivoluzione sociale che non venne mai. 

Al contrario: l’oltraggioso e tragicomico carnevale dell’affossamento di una tradizione di studi che aveva pur conosciuto stagioni di serietà e di funzionalità rispetto al corpo sociale che la esprimeva non segnò affatto il passaggio da una “università selettiva” a una “di massa”, bensì un vero e proprio furto sociale a danno dei poveri per arricchire i ricchi. A titoli di studio che pur continuavano a costare, ma che si rivelarono gravemente svalutati, tenne dietro la svalutazione morale dello studio in quanto tale e il proliferare di istituzioni “private” che ambivano a sostituire quelle pubbliche millantando meriti e strumenti che in realtà non possedevano. Alla moneta svalutata e fasulla d’una cultura convenzionale stanca e mal gestita si sostituì la moneta falsa d’una cultura pretestuosa e inesistente; e le poche isole rimaste immuni dal contagio divennero irriconoscibili nella marea montante della deprofessionalizzazione e della dequalificazione. Il degrado dell’università pubblica dette luogo all’industria succedanea di un incontenibile e redditizio business gestito da privati al di là di qualunque plausibile controllo.

Certo, non tutto era stato distrutto; non tutto irrimediabilmente compromesso. Ma la credibilità di un’istituzione, la sua publica fides, questo sì. Quel che fino ad anni prima era stato oggetto di stima e di rispetto divenne bersaglio di disprezzo spinto fino al ridicolo. Alla sedicente “rivoluzione culturale”, che non c’era stata, non tenne dietro alcuna credibile e plausibile rivoluzione sociopolitica: risalire faticosamente l’erta scoscesa della rovina di un sistema che aveva fatto precipitare tragicamente in basso i livelli della nostra media preparazione scientifico-intellettuale e della nostra autostima civile è stata un’improba fatica di Sisifo. E, spiace dirlo, il ventre che ha partorito i mostri di allora può aver mutato aspetto, ma è a tutt’oggi ancora gravido.