Riccardo Brizzi Per un secolo e mezzo la figura di Napoleone Bonaparte, il "profeta dei tempi moderni" celebrato da Élie Faure, è stata mitizzata in Francia. A partire dagli anni ’70, con la fine del gollismo, il legame dei francesi con il passato imperiale è virato dall’orgoglio al pentimento. Una svolta...

Riccardo

Brizzi

Per un secolo e mezzo la figura di Napoleone Bonaparte, il "profeta dei tempi moderni" celebrato da Élie Faure, è stata mitizzata in Francia. A partire dagli anni ’70, con la fine del gollismo, il legame dei francesi con il passato imperiale è virato dall’orgoglio al pentimento. Una svolta accelerata negli ultimi 15 anni, come testimonia una serie di pubblicazioni inaugurate dal pamphlet Napoleon’s Crimes (2005) in cui lo scrittore di origine caraibica Claude Ribbe accosta l’Imperatore a Hitler. Se oggi il mito costitutivo della Francia moderna è sul banco degli imputati per le accuse di misoginia, il ripristino della schiavitù nel 1802 e i soprusi coloniali, le eredità più attuali con cui fare i conti sono altre.

La prima è la persistenza di un nazionalismo velleitario, sintetizzato dalla formula napoleonica "l’impossibile non è francese", che in Francia ha coltivato l’illusione della grandeur e che è oggi strumentalizzato in chiave anti-europea dall’estrema destra di Marine Le Pen (nella campagna del 2017 propose di riportare in Francia le ceneri di Napoleone III). La seconda è la ritrovata attualità di una concezione del potere che ruota attorno all’idea di un uomo provvidenziale e carismatico, capace di instaurare un rapporto diretto con l’opinione pubblica. In tale ottica le istituzioni rappresentative e i corpi intermedi rappresentano inutili ostacoli nel dialogo tra leader e nazione. Concezione plebiscitaria abilmente ripresa e rilanciata nell’età della disintermediazione e dei social dai vari populismi che affollano la scena contemporanea.