Michele Brambilla Siamo all’anniversario. È un anno dal giorno in cui a Codogno una dottoressa capì che un suo paziente – giovane e forte, eppure così malmesso – aveva contratto proprio quel virus di cui da qualche settimana sentivamo parlare, e che ci pareva tuttavia una cosa lontana. Ancora nei giorni successivi, non ci volevamo credere. Le strade e le piazze erano piene, la...

Michele

Brambilla

Siamo all’anniversario. È un anno dal giorno in cui a Codogno una dottoressa capì che un suo paziente – giovane e forte, eppure così malmesso – aveva contratto proprio quel virus di cui da qualche settimana sentivamo parlare, e che ci pareva tuttavia una cosa lontana. Ancora nei giorni successivi, non ci volevamo credere. Le strade e le piazze erano piene, la movida non conosceva soste, al ristorante non si trovava un buco. Gli esperti rassicuravano: è poco più di una brutta influenza. Poi, una domenica di marzo, alle due di notte, scoprimmo un acronimo: dpcm. Ci veniva chiesto di chiuderci tutti in casa, e ci sentimmo soldati in difesa della Patria. I balconi al posto delle trincee.

Per centomila italiani non è andato tutto bene. Anche i buoni propositi sono stati seppelliti. Abbiamo sentito telefonate in cui ci si augurava un aumento dei contagi per vendere più mascherine. Quanto alla solidarietà che ci avrebbe contagiato più del coronavirus, siamo qui oggi a vedere che anche nella corsa ai vaccini ciascuno pensa soprattutto alla propria bottega. E noi che ci illudevamo che chi avrebbe scoperto per primo la formula magica l’avrebbe regalata alle industrie concorrenti, pur di salvare il mondo.

La nostra vita è cambiata come mai ci saremmo immaginati. Ho sentito l’altro giorno un professore che rifletteva su questo: il non toccarsi e non baciarsi ha in fondo anche qualcosa di molto bello, è amore vero perché si rinuncia al possesso dell’altro. Sono d’accordo sull’amare senza possedere. Però manca molto.

Scrivo queste righe, forse queste banalità, in auto, con il computer sulle ginocchia, in una piazzetta intitolata a Guareschi. Alla mia sinistra c’è la casa natale di Verdi, alla mia destra il camposanto in cui riposa, appunto, Giovannino. Mi affido alle parole di quest’ultimo: “Non muoio neanche se mi ammazzano”, scrisse nel lager nazista. E penso che l’Italia ha passato di peggio.