FIRENZE Quando il presidente della Corte d’Assise di Firenze, Raffaele D’Isa, ha chiesto al principale imputato per la morte del giovane Duccio Dini, 29 anni, travolto da un’auto impegnata in un inseguimento tra cittadini nomadi il 10 giugno 2018, lui non ha aperto bocca. Appariva convinto del buon esito del processo. Invece i giudici sono andati anche oltre le richieste dei pubblici ministeri che avevano offerto una minuziosa ricostruzione di quei momenti drammatici. La condanna più pesante, 25 anni e 2 mesi, per Kjamuran Amet che doveva...

FIRENZE

Quando il presidente della Corte d’Assise di Firenze, Raffaele D’Isa, ha chiesto al principale imputato per la morte del giovane Duccio Dini, 29 anni, travolto da un’auto impegnata in un inseguimento tra cittadini nomadi il 10 giugno 2018, lui non ha aperto bocca. Appariva convinto del buon esito del processo. Invece i giudici sono andati anche oltre le richieste dei pubblici ministeri che avevano offerto una minuziosa ricostruzione di quei momenti drammatici. La condanna più pesante, 25 anni e 2 mesi, per Kjamuran Amet che doveva rispondere anche di tentata violenza privata. A quel punto Kjamuran, macedone di 39 anni, ufficialmente nomade, appena ricevuta la condanna a 25 anni e 2 mesi, si è alzato e si è fatto riaccompagnare nella casa dove sconta la detenzione domiciliare dagli agenti della polizia penitenziaria.

Una pena di 25 anni è stata inflitta poi agli altri quattro condannati: Remzi Amet, Remzi Mustafa, che era alla guida della Volvo che travolse Dini, Dehran Mustafa e Antonio Mustafa. Assolti Kole Amet ed Emin Gani: si trovavano su un furgoncino che aveva partecipato solo a una fase iniziale dell’inseguimento perché poi si era poi bucata una ruota. Dini era fermo a un semaforo con il suo scooter e stava andando al lavoro quando venne investito. Morì il giorno dopo. "Quel giorno – ha sintetizzato a caldo il vicesindaco Cristina Giachi – ci fu una vera e propria spedizione punitiva, condotta con piena consapevolezza delle conseguenze anche letali che avrebbe potuto causare. E questo la corte ha accertato". E punito severamente. Per tutti le accuse erano di omicidio volontario con dolo eventuale per la morte di Duccio e di tentato omicidio di un altro cittadino rom, obiettivo dell’inseguimento legato a un regolamento di conti.

Tra l’altro lui e gli altri quattro condannati devono pagare in solido tra loro a fini risarcitori, provvisionali immediatamente esecutive per circa un milione di euro. "La sentenza ci soddisfa, per quanto si può essere soddisfatti, perchè è un bel segnale". Così Luca Dini, il babbo, dopo la sentenza di condanna. All’uscita dell’aula bunker, dove si è svolto il processo davanti alla corte d’assise, la famiglia Dini è stata accolta da un lungo applauso degli amici di Duccio. "Le sentenze giuste a volte sono quelle più severe", il commento dell’avvocato Neri Pinucci, legale dei genitori di Duccio. Il Comune si è costituito parte civile. Giachi ha anche spiegato che dopo la sentenza il sindaco Dario Nardella ha chiamato il padre di Duccio. Nardella poi ha scritto su Fb: "Sono arrivate le pene. Non ho l’abitudine di commentare le sentenze, ma questo è un risultato che rafforza la nostra fiducia nella giustizia. Ringrazio le forze dell’ordine, i magistrati, gli avvocati del Comune e delle altre parti civili".