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6 apr 2022

Uccise il padre: assolto. Ma il pm non ci sta

La procura chiede un nuovo processo al 20enne: "La vittima fuggiva, non fu legittima difesa. È omicidio volontario con 34 coltellate"

6 apr 2022
alberto pieri
Cronaca
Alex Pompa, 20 anni, baciato dalla madre Maria Cotoia e dal fratello Loris
Alex Pompa, 20 anni, baciato dalla madre Maria Cotoia e dal fratello Loris
Alex Pompa, 20 anni, baciato dalla madre Maria Cotoia e dal fratello Loris
Alex Pompa, 20 anni, baciato dalla madre Maria Cotoia e dal fratello Loris

Torino, 6 aprile 2022 - Non fu legittima difesa. Il pubblico ministero Alessandro Aghemo ricorre in appello contro la sentenza con cui lo scorso 24 novembre la Corte d’assise di Torino ha assolto Alex Pompa, il ventenne che aveva ucciso il padre a coltellate per difendere la madre nel corso dell’ennesima sfuriata. I giudici, a suo dire, hanno valutato le prove in modo "palesemente erroneo, contraddittorio e illogico", e il ragazzo deve essere giudicato colpevole di omicidio volontario aggravato. Quanto all’entità della pena, nelle 128 pagine dell’impugnazione non c’è traccia: nel corso del processo il pubblico ministero aveva comunque detto di sentirsi "costretto a chiedere 14 anni di carcere" per colpa soprattutto di un cavillo del codice che non gli permetteva di proporne una più bassa.

Era il 30 aprile del 2020 quando Giuseppe Pompa, 52 anni, operaio, trovò la morte nella casa che, come hanno raccontato i testimoni, aveva trasformato in un inferno: scenate furibonde, comportamenti ossessivi, crisi di gelosia prive di fondamento. I figli, Alex e Loris, avevano preso l’abitudine di registrare di nascosto i suoi momenti di crisi: "se ci avesse ammazzati – dicevano – sarebbe rimasta una traccia". Agli atti ci sono 250 file (per un totale di 9 ore e 47 minuti). Solo quel giorno Giuseppe chiamò la moglie, Maria, cassiera in un supermercato, 101 volte. Ultimamente era infuriato perché gli era parso di avere visto la donna, al lavoro, scambiare una parola con un collega. Per avventarsi contro di lei non attese nemmeno che entrasse nell’appartamento.

Ma è a questo punto, secondo il pm Aghemo, che la ricostruzione della Corte va fuori misura. Per i giudici di primo grado Alex agì per salvare la propria vita. Per l’accusatore è "inverosimile", visto che sferrò 34 fendenti con sei coltelli diversi senza riceverne nessuno.

Il giovane, che una perizia dichiarò seminfermo di mente al momento del fatto e portatore di un disagio provocato dallo stress, immaginò "una situazione di pericolo che non esisteva". E la sua fu quindi una "reazione sproporzionata". Quanto alla vita familiare, anche Aghemo ammette che Giuseppe Pompa si comportava male. Sostiene, però, che la maggior parte dei testimoni, al processo, ha esagerato nel colorare i fatti. Moglie e figli, durante i litigi, gli tenevano testa e gli rispondevano a tono. E le sue erano in prevalenza "aggressioni verbali": la Corte non ha tenuto conto – secondo il pubblico ministero – del fatto che i conoscenti non hanno mai parlato di "atti violenti". "La sua sorte – si legge nel ricorso – poteva essere diversa se solo si fossero attivati i supporti, anche psicologici, previsti per la situazione in cui versava". La reazione di Alex "è stata abnorme, dovuta al vizio parziale di mente che gli ha causato una coloritura interpretativa e una percezione dei fatti contaminata dal senso di angoscia", argomenta il magistrato.

 

 

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