di Claudia Marin Mario Draghi, con l’alta regia del presidente della Repubblica, ha concesso alla politica tutto quello che poteva concedere, ma ha tenuto per sé e per i suoi uomini le leve della politica economica e della gestione del Recovery Plan. La filiera dei Draghi boys si apre con Daniele Franco, da Bankitalia alla guida del ministero dell’Economia, ma passa anche da Enrico Giovannini alle Infrastrutture, Roberto Cingolani al nuovo dicastero della Transizione Ecologica, e arriva al leghista-draghiano Giancarlo Giorgetti allo Sviluppo economico. Per non parlare della scelta di Roberto Garofoli come sottosegretario a Palazzo Chigi, da decenni...

di Claudia Marin

Mario Draghi, con l’alta regia del presidente della Repubblica, ha concesso alla politica tutto quello che poteva concedere, ma ha tenuto per sé e per i suoi uomini le leve della politica economica e della gestione del Recovery Plan.

La filiera dei Draghi boys si apre con Daniele Franco, da Bankitalia alla guida del ministero dell’Economia, ma passa anche da Enrico Giovannini alle Infrastrutture, Roberto Cingolani al nuovo dicastero della Transizione Ecologica, e arriva al leghista-draghiano Giancarlo Giorgetti allo Sviluppo economico. Per non parlare della scelta di Roberto Garofoli come sottosegretario a Palazzo Chigi, da decenni snodo della cinghia di trasmissione tra via XX Settembre e la presidenza del Consiglio.

La gestione dei dossier economici sarà di fatto accentrata completamente nella mani del premier e, in questo contesto, il ministro dell’Economia sarà di fatto la longa manus dell’ex numero uno della Bce. Ma Daniele Franco, amico di Draghi dai tempi di Via Nazionale, non è e non sarà un mero esecutore: sarà il consigliere numero uno di Draghi e il gestore guardingo dei conti. La finanza pubblica, il controllo del debito e la crescita sono e restano le sue passioni: e la sua funzione sarà proprio quella di tenere in equilibrio, nel pieno della pandemia, queste chiavi che si muovono in senso opposto. E, del resto, su questo versante ha esperienza da vendere: prima, in Banca d’Italia, come capo del Servizio studi, postazione dalla quale ha espresso la linea dell’Istituto rispetto a tutte le manovre degli ultimi anni; poi direttamente dalla plancia di Via XX Settembre, dove per sette anni, dal governo Letta al Conte I, è stato nella posizione cruciale di Ragioniere generale dello Stato. Prima di tornare in Via Nazionale come direttore generale, qualche mese dopo le tensioni nate con Conte e con il suo portavoce, Rocco Casalino, che in un audio (dai toni non ortodossi) lo accusava di remare contro la politica del governo giallo-verde: un attacco al quale il neo-ministro reagì da civil servant, tenendo duro nella difesa dell’articolo 81 della Costituzione.

Dunque, per Franco, si tratta di tornare in un dicastero a lui ben noto. E non gli servirà il classico apprendistato per i ministri neofiti. Ma la missione che Draghi gli ha affidato questa volta è anche e soprattutto politica e, se vogliamo, di individuazione rapida di misure ’nuove’ che vadano oltre i bonus e i contributi a fondo perduto e si inseriscano nel solco del "debito buono" indicato proprio dal nuovo premier.

E Franco deve esserne consapevole se, in più occasioni, non ha mancato di sottolineare come "i tradizionali strumenti di politica economica non possono agire in questo ambito per la costante incertezza derivante dalla crisi sanitaria". Nella convinzione che "l’uscita dalla recessione sarà lenta e incerta", ma che "dobbiamo guardare al futuro più che al presente e pensare che i nostri limiti e vincoli vengono da lontano: e il primo freno è dato dal basso livello degli investimenti, oltre che da una pressione fiscale elevata". E sarà su queste due voci (investimenti e fisco) che si giocherà la partita cruciale o la scommessa della ripresa possibile. Da oggi lo attende la scrivania di Quintino Sella, di fronte alla quale ha tenuto testa a fior di ministri dell’Economia.