7 mag 2022

Torna lo spread. E l’Italia non può fare finta di niente

davide
Cronaca

Davide

Nitrosi

Ci eravamo dimenticati troppo presto di lui, ma lo spread non è un tipo da restare in disparte. Assomiglia a un virus: cambia il tempo, ed eccolo riaccendersi. E così è accaduto in queste ultime settimane. L’infiammazione provocata prima dall’inflazione e dai prezzi delle materie, poi dalla crisi energetica e dalla guerra in Ucraina, ha fatto rialzare la febbre del differenziale fra il Btp italiano e il Bund tedesco.

Un differenziale precipitato all’indomani del varo del governo Draghi, ma che poi ha progressivamente ritrovato la strada della risalita. Senza che ce ne accorgessimo. Ora però, superata la quota dei 200 punti base, non possiamo più fare finta di niente. Ieri i rendimenti del Btp decennale hanno raggiunto il 3,05%, contro l’1,04 dei cugini tedeschi. La forbice segna le preoccupazioni per la nostra economia. La ripresa sbandierata si è affievolita come una torta venuta male. Colpe esterne, si è detto: la guerra, le politiche monetarie della Fed , l’avvicinarsi della svolta nella Bce che prima o poi inizierà sul serio la retromarcia sulla politica monetaria favorevole. Insomma, tante scuse, tutte vere, ma che non possono sostituirsi ad un’altra motivazione, più profonda. Lo spread misura la fiducia di un Paese, ma la fiducia non si conquista solo piazzando a Palazzo Chigi un taumaturgo della finanza. Un Paese si guadagna la fiducia dei mercati se sa darsi una politica economica di lungo termine. Se affronta il futuro con un piano industriale in grado di determinare una crescita e una modernizzazione strutturali.

Il Pnrr potrebbe essere il veicolo, ma le troppe incertezze che pesano anche sulla politica economica creano una nebbia che confonde e fa dubitare i mercati. Prendiamo il caso della politica energetica: essersi legati mani e piedi alla Russia è stato un errore clamoroso, questo lo abbiamo capito. Ma la soluzione non può essere solo fare shopping di gas in Africa. Serve un piano coraggioso di politica energetica nazionale che contenga incentivi mirati e crediti d’imposta per implementare le fonti alternative nelle imprese e soprattutto sappia rivedere i no ideologici alla produzione nazionale, dal nucleare alle trivelle. Altrimenti saremo sempre in balìa del momento. E lo spread sarà il primo a farcelo notare (e pesare).

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